
Lui muoveva i fianchi manco fosse Al Bacino, lei sorrideva e a tratti distribuiva sguardi che non necessitavano di parole.
- Ti sei divertita? – Avevo detto polemico e fintamente disinteressato
- Molto – mi aveva risposto mentre rientrava con me ma solo fisicamente
Poi un giorno mi aveva lasciato dicendomi che forse per il momento, un attimino, per un breve periodo di tempo non definito, momentaneamente ma istantaneamente e delicatamente mi dovevo togliere dai maroni.
- Devo pensare – mi aveva detto e mi sembrava inutile chiederle a chi o a che cosa
L’avevo rincontrata dopo un anno accanto al suo ballerino
- Hai pensato? – le avevo detto, ma evidentemente non ne aveva avuto il tempo
Non mi aveva risposto e mi aveva presentato Fabio, in arte Al Bacino, ballerino di discoteche Fashion situate in zone Fashion frequentante di quei giri Fashion, circondato da persone Fashion di cui per una serie di motivi non potevo fare parte.
- Piascere Fabbio – mi aveva stretto la mano e guardato con lo schifo di chi deve ravanare dentro un cesso tappato per necessità.
Nella sua bara un giorno, insieme a suppellettili fashion, accanto ad un fiore seccato restava un cartello scritto a penna che recitava più o meno così – Menomale -
martedì 18 novembre 2008
Al bacino e il cartello sulla bara
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martedì 11 novembre 2008
Il vestito rosso

Lei mi dice che non sa cosa vuole dalla sua vita.
- Quale vita? - Mi chiedo
- Sono anni che vivi di riflesso quella degli altri -. Poi taccio.
Mi guarda e piange nuda, nuda davanti a se stessa, nuda davanti a una verità che
fa male quanto mille schiaffi in pieno volto. Ha un vestito rosso acceso, ha un vestito rosso come i pesci nell’acquario che avevo in un'altra casa. E’ bella, mi sembra bella a guardarla, rossa con le calze colorate e il viso buffo di chi non sa cosa dire. Mi sembra bella, soggettivamente bella guardata con gli occhi di chi vuole vedere oltre quelle lacrime, quel vestito rosso pesce, quel viso buffo e confuso di chi affacciata al balcone guarda la vita degli altri senza viversi la propria.
La radio passa Boa Sorte di Vanessa Da Mata, canta Vanessa Da Mata e fuori è freddo e lo sento nelle ossa.
Perché piangi? – Le chiedo sapendo che non risponderà, scende dal letto dov’era accucciata come i bimbi quando aspettano un rimprovero. Scende dal letto e infila le scarpe nere lucidissime che indossa mentre affacciata al suo balcone guarda la vita degli altri come i pesci rossi nell’acquario che avevo una volta in un'altra casa.
Era andata via ma ero andato via prima io, senza dire niente, mentre la guardavo e mi sembrava bella, bella e buffa, bella e confusa, soggettivamente bella dispersa in un mondo in cui non aveva il coraggio di respirare, che non sapeva ammirare e di cui non sapeva godere impegnata com’era, affacciata al suo balcone, ad osservare il mondo degli altri.
- Dove vai? – Le avevo chiesto, ma da tempo ormai ero rimasto solo.
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martedì 4 novembre 2008
Good by amore

Un giorno tornando a casa le avevo fatto trovare il vuoto. L’avevo rapinata dei tutte le mie cose ed ero andato via stufo di discutere e di ascoltare le solite scuse sull’amore elemosinato. Avevo lasciato sul letto sfatto una mia foto sorridente su cui avevo disegnato una vignetta in nero
- Non è che non ti amo più – mi diceva a volte lei – però, però, però – sempre con sti cazzo di però
C’erano delle priorità nella sua vita e nella nostra vita di coppia, lei era la priorità, lei era il centro del mondo, lei era la base, lei era l’altezza, l’ipotenusa, il raggio e il diametro di tutto.
Avevo lasciato il vuoto ed ero partito. Alcuni giorni prima avevo contattato un’amica francese e un amico londinese e chiesto alloggio a pagamento per un breve periodo in cui avrei anche cercato un lavoro part-time che mi consentisse di studiare. Non avevo deciso ancora da chi sarei andato. Non avevo cambiato numero ma non avevo nessuna intenzione di risponderle. Aveva avuto la sua occasione e non l’aveva saputa sfruttare. Con le promesse i bambini africani ci muoiono di fame se poi nessuno tende la mano con un pezzo di pane caldo.
Dentro la vignetta le avevo scritto Se hai qualcosa da dire la foto ti ascolterà in religioso silenzio e basta, nessuna polemica, solo una frase stupida che mi era venuto da scrivere sul momento. Mi dispiaceva un po’ per quello che avrebbe dovuto patir la foto ma l’avevo comunque dovuta sacrificare.
Ero partito e mi veniva da ridere a pensarci.
Mi aveva chiamato tre volte e non le avevo mai risposto. Volevo tenesse strette nella sua testa le immagini di qualche sorriso, di qualche serata speciale, di qualche abbraccio piuttosto che le risuonasse in testa un ultima pesantissima sfuriata telefonica. Allora non le avrei mai più risposto.
Io alla fine non ci avevo più pensato. Avevo conosciuto una ragazza a cui non dovevo chiedere niente. Le veniva spontaneo abbracciarmi, ridere, preoccuparsi per me, fare l’amore senza chiedermi l’ora di inizio e quella della fine, senza vivere affogata da problemi immaginari, le veniva spontaneo chiedermi aiuto, vivere il presente e immaginare il futuro. Non aveva paura di far la doccia perchè altrimenti si bagnava i capelli, appoggiava il culo sul marciapiede senza aver paura di sporcarsi, a volte fumava qualche canna altre no a seconda della serata. Avevo trovato una ragazza cosciente che la vita è una linea delimitata da due punti da riempire a più non posso. Certe persone pensavano fosse infinita la vita, per cui rimandavano continuamente, poi morivano e in punto di morte guardando quello che lasciavano sulla terra si domandavano – Ma che cazzo ho fatto? – questo si domandavano, poi morivano con il cuore pieno di sentimenti ed emozioni mai provate, mai donate, mai vissute.
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venerdì 31 ottobre 2008
La madre dei miei figli

Quando l’avevo conosciuta già parlava un sacco. Avevo avuto poche ragazze che parlavano un sacco. Alcune parlavano ed era come fossero pesciolini in un acquario, le guardavo ma non sentivo un cazzo. Alcune parlavano e le sentivo e avrei voluto fossero pesci rossi in un acquario. Che carine, in un acquario, sarebbero state carine. Stefania un giorno mi aveva lasciato dicendomi che non mi amava più.
– Perché? - le avevo chiesto
– Perché ti ho tradito – mi aveva risposto sorridendo
– Con chi? – ero riuscito a dire con due litri e mezzo di saliva incollata alle tonsille
– Con una persona che conosci bene – e aveva allargato le labbra mostrandomi denti bianchi e ben disposti
Puttana – mi era scappato ed ero caduto in depressione convinto di aver perso la donna più importante della mia vita – Vai a farti scopare da quell’altro – avevo aggiunto convinto questo potesse farle cambiare idea. Invece ci era andata davvero e non se ne era affatto pentita.
Le donne sono delle grandissime rompiballe fino a quando non ti lasciano e diventano all’improvviso esseri perfetti con cui vorresti circondarti di figli
- Non la sopporto più, non mi importa di lei, mi voglio divertire, sono giovane – e poi ti lasciano e ti senti morire. Respiri, ti riscopri Buddhista a momenti, poi la richiami con una voce struggente
- Amore torna, io ti amo, non vivo senza te – dici umiliandoti
- No – ti risponde
- Puttana, vai a farti scopare da tutti gli altri – ricalchi pensando di farla sentire in colpa mentre lei lo fa e ne va pure un po orgogliosa.
Mi accingevo a riprendermi mentre tori e stambecchi invidiavano il carico che mi portavo sulla testa.
Quando l’avevo conosciuta già parlava un sacco. Mi aveva raccontato dell’America, della Spagna, di Londra e del suo gruppo. Lei mi raccontava e io mi avvicinavo seduto sul divano spostandomi pian piano come avessi una cicala dentro il culo. Mi avvicinavo piano piano e quando la mia gamba sentivo sfiorare la sua già stavo meglio. L’avevo baciata quando la cicala dentro il culo mi aveva messo in una posizione tale che o la baciavo o sembrava avessi problemi seri alla spina dorsale. Tra le due cose avevo preferito baciarla e lei non aveva battuto ciglio. Avessi baciato il muro mi avrebbe dato più soddisfazione. Aveva approfittato del bacio per riprendere fiato e avevo ricominciato il discorso esattamente dal punto in cui l’avevo interrotto.
- Scusa l’interruzione – avevo pensato sfiorandomi il naso un tantino imbarazzato
Una volta, mentre facevamo l’amore lei mi aveva chiesto di passarle il cellulare che non aveva inserito la suoneria. Quando mi aveva lasciato avevo pensato ugualmente di aver perso la madre dei miei figli. Eppure non mi facevo.
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martedì 28 ottobre 2008
Il silenzio dell'immaginazione

Baggioni mi farà sapere qualcosa e io all’aria aperta posso liberarmi di una giacca ingombrante e scomoda che avevo comprato per farla felice, lei che teneva tanto che io andassi al matrimonio della cugina che si era sposata in un mese caldo di qualche tempo fa.
Passo a prendere Giulia. Stare a casa stasera stava diventando massacrante. Avevo cliccato sul pulsante aggiorna della mail per tutto il pomeriggio nella speranza Baggioni avesse deciso di scrivermi un’email qualsiasi. Fosse stato anche per sbaglio.
Allora chiamo Giulia e l’avviso che sto passando. Facciamo un aperitivo al Mòmart insieme e poi una passeggiata a San Lorenzo, che con tutta quella gente nessuno, li a San Lorenzo, si curerà di noi. Giulia dice che sono una sua amica, che con me riesce a dire cose che neanche alle ragazze riuscirebbe a raccontare. Io non so se questo è un complimento, ma quando me lo dice le sorrido. Non ci siamo mai baciati, solo una volta abbiamo dormito insieme, ma eravamo talmente stanchi che era come avessimo dormito da soli. Giulia mi dice che sono una sua amica e mi racconta dei suoi problemi con il sesso con Pasquale con cui l ha fatto per la prima volta qualche tempo fa.
- Quanto dovrebbe durare? Cioè intendo, è normale che lui spinga per più di un’ora senza venire e io nel frattempo riesca a pensare a tutt’altro? Ieri sera ho ripassato mentalmente le formule di tutta matematica 1 mentre lui mi diceva cose tipo che sono una porca, una maiala, che lo eccitavo. Secondo te dovrei dirglielo? Cioè dovrei dirgli che non sento un cazzo o si offenderebbe? Tu ti offenderesti? –
I prezzi del Mòmart sono eccessivi per quello che porto stasera dentro il portafoglio. Devo aver speso più di quello che pensavo e ho il dubbio che quando arriverà il conto Giulia mi vedrà impallidire, anche perché lei non porta mai soldi con se quando usciamo insieme. Sono la sua amica, per cui pago sempre io.
- Ma mi stai ascoltando? –
Mi avvicino e la bacio sulle labbra – Hai sentito qualcosa? Te lo aspettavi? Penso che dovresti iniziare anche tu a sorprenderlo invece di stare sempre a lamentarti di quello che fa. Se tu non l’aiuti non troverete mai la strada giusta per imparare ad amarvi –
Giulia mi guarda come se avessi detto qualcosa di intelligente. A volte dico delle cazzate che Moccia mi fa un baffo. Giulia ha 22 anni, da poco tempo è fidanzata con Pasquale e non ha idea di cosa sia il sesso. La ribacio – Poi risorprendilo - dico, ma non so neanche io quello che sto dicendo.
- Ho male a una gamba. Puoi andare in macchina e portarmi la giacca? Sento freddo – dico
La macchina l’ho parcheggiata duecento metri più avanti. Chiamo la cameriera e chiedo il conto.
- Te lo porto subito – mi dice, ed entra dentro.
Cè un sacco di gente al Mòmart stasera. Appoggio una borsa rimasta sola sopra il nostro tavolino e mi allontano accelerando il passo per quanto posso fino alla macchina. Se pensa sono in bagno guadagnerò qualche minuto. Non ci sono più i camerieri di una volta. Salgo in macchina e dico a Giulia di aver pagato il conto. La radio passa canzoni indecenti. La spengo e sto in silenzio fino al portone di casa sua.
Ho ancora il pedale affondato sul freno e Giulia mi bacia sulle labbra, mi prende la mano e la appoggia sul suo seno – Sorprenditi, ogni tanto – mi dice e ride come una matta. Rido divertito.
Le strade sono deserte fino a casa. Prima di andare a letto clicco quattro o cinque volta per aggiornare la mail e constatare che Baggioni, probabilmente, avrà avuto un sacco da fare in questo lungo giorno. Mi sento stanco. Farfuglio qualcosa sul blog
Poi mi metto a dormire.
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giovedì 23 ottobre 2008
Malagrotta

Quando esco il mal di testa non si placa. E’ come se fossi ancora lì per qualche ora, dentro quella stanza che respinge la luce e mi assorbe tutta l’aria. Vorrei uscire e trovare una montagna enorme e una valle profondissima dei colori della terra. Chiudo gli occhi e respiro a fondo. Sento il ruscello in fondo a valle, qualche animale muoversi pigro tra l’erbaccia secca, sento gli uccelli intonare il loro canto mentre ali piccole e fragili aperte in volo dipingono forme di diverse dimensioni.
Sento l’arrotino e apro gli occhi, passa tutti i giorni e tutti i giorni pretende qualcuno abbia un set di coltelli da affilare. – Ah c’erano tempi in cui non esisteva Miracle Blade – dice – Miracle Blade ha rovinato l’arrotino – dice – Che poi li fanno in Cina – dice scherzoso non sapendo che prima di sentire il suo tenebroso canto dal suo fastidioso megafono c’ero pure io in Cina tra montagne sperdute e volatili in volo – Che il signor Blade sia maledetto - dice
Chiudo gli occhi ed è come se vedessi la montagna enorme di fumo dalla discarica di Malagrotta e una valle profondissima di rifiuti indifferenziati dei colori della merda. Chiudo gli occhi e trattengo il respiro. Sento le bestemmie in fondo a valle, qualche automobilista muoversi piano tra le imprecazioni degli altri, sento gli uccelli intonare il loro ultimo grido e cadere a terra come chicchi di grandine dopo aver dipinto nel loro ultimo volo il loro ultimo comprensibile pensiero – Vaffanculo – dipingono gli uccelli per poi crollare nel cassonetto della plastica, quella che han respirato prima di cadere, in questa calda giornata che diffonde aria, aria di Malagrotta
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martedì 21 ottobre 2008
Portami via
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-Mi sveglia sette, otto volte a notte – mi dice Serena tenendosi la testa con il palmo della mano aperto. – Mi sveglia e mi chiede se sono sua, se ho incontrato qualcuno che potrebbe allontanarmi da lui, se ho voglia di invecchiare con lui. Mi sveglia e già dalla terza volta mi verrebbe voglia di alzarmi e di andarmene a dormine in soggiorno. Sono sicura scopa ancora con quella mezza fallita della sua collega di lavoro. Poi torna a casa, mi poggia il suo coso moscio sul mio culo freddo, mi stringe con le mani e pretende certezze come se lui fosse stato in grado di darmele. E poi diciamoci la verità, farebbe bene a tenerseli i suoi dubbi –
- Perché non mi abbracci? – mi chiede
- Perché io con te non ho bisogno di fingere - rispondo e le sorrido
- Non t’ho chiesto di fingere di abbracciarmi, t’ho chiesto di farlo –
La giro e gioco con i suoi capelli. Poi con la mano scendo giù fino alla spalla nuda, la sposto e lei guarda il soffitto in silenzio.
Serena ha 31 anni, da 27 ha perso il padre, da 9 ne ha trovato un altro che ha chiamato fidanzato. Maurizio, il suo compagno, ha rischiato di trovarci nudi nel suo letto un paio di volte. La prima, un pò di anni fa, ha avuto la brillante idea di chiamare Serena pochi minuti prima di tornare in casa. Sono uscito fuori con ancora il preservativo infilato. Infilato male tra le altre cose. L’ho tolto in macchina e sono corso via senza alzare lo sguardo dalla strada tenendolo tra due dita per tutto il tragitto. Sono arrivato a casa che ancora non avevo deciso se i preservativi si buttano nel sacchetto dell'umido o della plastica. La seconda poche settimane fa.
- Mi piace un sacco parlare con te. Mi sai ascoltare - mi dice mentre penso di aver sentito questa cosa da qualche altra parte.
Mi infilo i pantaloni, scosto la tenda della camera con una mano e con un occhio solo guardo fuori per vedere se tutto è tranquillo . La radio suona una melodia impazzita di Allevi che mette allegria e poi tristezza e poi allegria. Il finale mette allegria, allora dormo sereno. E’ tardi. E’ mattina presto. Vorrei svegliarmi con la melodia di Allevi al contrario, vorrei iniziasse dalla fine, potrei spegnarla subito e godermi l’allegria.
Una volta un mio conquilino pedofilo mi disse - L'amore non esiste - ma detto da lui non contava niente. E chissà cosa intendeva per amore lui, fermamente convinto che un ragazzino con le Tartarughe Ninja in mano potesse essere in grado di scegliere consapevolmente cose che alcuni adulti, ancora a volte, non sono in grado di fare.
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Paranoico

Sono paranoico. Da quando è morta Stefania sono paranoico, malato, esaurito, pazzo, stupido, fissato e non ne sono mai più uscito. Non le avevo mai detto che l’avevo vista baciarsi e ridere con quel suo vecchio compagno di scuola. Non gliel’avevo detto perché in quel momento mi sentivo già abbastanza male così. Poi forse gliel’avrei detto, non fosse andata via. Ero diventato completamente paranoico, lo sapevo, ma non avevo la capacità di uscirne. Controllavo tutto di nascosto, il telefono, l’agenda , i suoi spostamenti e tornavo a casa tranquillo solo quando mi rendevo conto era stata una giornata come tante per lei. Allora riuscivo a dormire, ma per dormire dovevo avere tutto sotto controllo. Dopo aver perso la fiducia su Stefania avevo perso anche quella sul resto del mondo. Controllavo tutto anche degli altri. Li mettevo alla prova. Creavo situazioni e dicevo delle cose solo per vedere come si comportavano, come reagivano o quello che dicevano. Spesso su un bigliettino scrivevo cosa avrebbero fatto le altre persone in determinate situazioni, se scrivevo il giusto dormivo poco più tranquillo. Avevo bisogno di controllare il mondo e questa cosa mi faceva comunque stare male. Come la dipendenza dalla droga, dal sesso, dal fumo, dal gioco. Hai bisogno di quella cosa pur rendendoti conto ti fa solo male, ne hai bisogno e basta, ti fa male e ne hai bisogno.
Ero diventato paranoico quando avevo scoperto Stefania con quel vecchio compagno di scuola. Ma ero peggiorato e tanto quando Stefania era andata via. Ora che potevo controllarla stavo ancora più male. Mi scoppiava il cuore a volte, mi sembrava di impazzire. Come quando si è lasciati, quella sensazione di vuoto e nausea che solo il tempo sa portare via. Fossi potuto tornare indietro glielo avrei detto subito e ne avremmo parlato e discusso e ci saremmo insultati e avremmo pianto insieme o le avrei tirato uno schiaffo da farle tremare un dente e mi avrebbe detto – Vaffanculo Luca, Vaffanculo – come mi diceva lei a volte – Vaffanculo Luca, Vaffanculo Luca, Vaffanculo – che invece non l ha detto è quella notte è andata via, senza avvisarmi che probabilmente neanche a lei l’avevano avvisata che sarebbe dovuta andare via e sono diventato paranoico da quel giorno. Neanche a me avevano avvisato. Volevo dirglielo e forse dopo ne avremmo riso un giorno guardando quella storia da lontano. Come negli aerei quando le cose sembrano piccole piccole e ti rendi conto di come agli occhi di Dio tutto dall’alto possa sembrare un gioco. Dio è sereno perché dall’alto sembra tutto un gioco.
Avevo guardato il soffitto e parlato al buio, senza vedere niente e nessuno mi aveva risposto.
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domenica 19 ottobre 2008
Certe Domeniche

Io non voglio che vadano via troppo velocemente. Allora aspetto li con loro fino alla fine. Poi mi allontano silenzioso, saltellando per le scale, come se avessi un appuntamento importante. Mi volto che sento forte lo stridolio dei freni, poi metto in moto e vado via. E' quasi buio e ci sono mille luci degli stop che vedo un pò sfocate, sovrapensiero, qualche nuvola rossastra illuminata dal sole che va via, i fari alti che mi sfilano davanti uno dopo l'altro con altre storie che a volte vanno di fretta non so dove, nè perchè, nè se è vero, eppure a volte mi sembra vadano di fretta. Certe domeniche sfilano via che vorrei aggrapparle per la coda e tirarle indietro con forza e ricominciarle. Certe domeniche sfiliano via che sembrano magiche e ti cullano mentre dormi e si allontanano. Quelle domeniche non puoi spiegarle perchè certe cose ha senso solo viverle non spiegarle, puoi scriverle se le scrivi per te stesso e un giorno rileggendo provare a sentirne un pò gli odori, a vederne un pò i colori, ma se le scrivi per te stesso. Ma devi viverle e tenerle dentro strette che poi torneranno a nascere davanti a qualche nuvola rossastra, in una sera con quella brezza quasi estiva, mentre una persona con la sua storia ti sfreccera davanti veloce o almeno a te sembrerà così, in una sera con gli stop rossi sfocati delle automobili davanti e qualche scemo che non abbassa i fari, sovrapensiero, con dentro il cuore la sua storia da tenere solo per se. Certe volte non ha senso poi spiegarle.
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mercoledì 15 ottobre 2008
Confusione

Non avevo voglia di sentirla sproloquiare parole che non avevano più un senso. Le parole avevano senso se accompagnate ai fatti. Lei le accompagnava, ma ad altri fatti, diversi da quelli che intendevo io, diversi anche da quelli che diceva di intendere pure lei.
- E poi ci conosciamo da così poco - avevo pensato
- Ma io quelle cose te le avevo dette - aveva tentennato lei, ipocrita
E avevo chiuso il telefono. Un buffetto sulla spalla e avevo fumato un bastoncino di liquirizia in balcone. L'avevo tirato su come una sigaretta, poi l'avevo preso a morsi, ormai stufo, e gettato nel terrazzo di quella di sotto che tanto anche se non l'avessi fatto si sarebbe lamentata allo stesso modo. Il bastoncino di liquirizia lasciava un sapore un pò più gradevole delle Marlboro Rosse, le schegge di legno che si infilzavano nella gola lasciavano una sensazione un pò meno gradevole. Avevo guardato la notte seduto a terra, solo, in silenzio, e avevo parlato con me stesso a voce bassa perchè nessuno potesse sentirci e mi ero reso conto di quanto potevo essere confuso, la notte, distratto dal nulla, a dirmi cose che poi il mattino dopo avrei già dimenticato. Il giorno i pensieri erano sovrapposti gli uni agli altri, mischiati ad alcune passeggiate, abbracciati ad alcuni sorrisi, annullati da quell'insieme informe di voci che si accatastava l'un sull'altra. La notte si disponevano in fila, uno dietro l'altro e ti si presentavano davanti beffardi
- Ora come la mettiamo? - mi dicevano dentro la testa
- Ora cosa pensi di fare? - mi dicevano dentro la testa
- Adesso che cidevi affrontare .. - ripetevano dentro la mia testa
Fino a che mandavo tutti a fare in culo, i problemi sono problemi solo se ti convinci che lo siano. Mi ero addormentato tra pensieri incomprensibili.
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