
Avevo poggiato la mano aperta sulla tetta sinistra e sognato paradisi lontani e spiagge e sole e cieli azzurri e l’erba umida come al mattino – e fanculo se non aveva una quarta -. Faceva caldo da morire sotto le coperta grossa di lana che copriva un letto grande ma non troppo quando in due si ha bisogno l’un dell’altro, si sente bisogno l’un dell’altro, si ha voglia di stare l’un con l’altro. Faceva caldo da morire dentro la stanza dalle mille ombre illuminata solo dal candore della luna.
Non pensarci mi aveva detto – ma io ci pensavo eccome a momenti, come se ci fossi stato, se l’avessi vissuto perché in fondo l’avevo vissuto, attraverso i racconti, la fantasia, le intuizioni.
L’avevo spogliata pian piano e baciata sulle labbra – Sei bella – e mi ero addormentato con la mano poggiata sulla tetta sinistra, quella più lontana.
Il mattino aveva bussato alla porta prepotente con i suoi raggi di sole gialli infuocati e il vento irruento che bussava alle finestre. Avevo infilato la testa sotto il cuscino e guadagnato attimi preziosi, poi avevo ceduto e mi ero alzato e avevo fatto buio. Non avevamo fatto l’amore perché non ci andava, a me andava, a lei no e quindi che mi andasse o meno poi alla fine era la stessa cosa.
L’avevo tirata verso me di lato e viso a viso avevamo dormito ancora un po’. Non parlavamo d’amore, non c’era amore o non quello che si intendeva di solito, c’era affetto, complicità, voglia di star bene, c’erano sorrisi, c’era prendersi in giro, non prendersi sul serio, c’era ascoltarsi e rispettare gli spazi, c’era il suo fidanzato. Non per ultimo, c’era il suo fidanzato, non l’avevo dimenticato, c’era il suo fidanzato.
- Un tipo strano - diceva lei, che avrebbe lasciato a momenti, non per me, l’avrebbe lasciato e basta – E poi alla fine pensi ci siano persone che non si tradiscono, che non si baciano, che non si sfiorano, toccano, scopano nonostante quelle ipocrite promesse d’amore? – Non avevo mica saputo rispondere.
giovedì 11 dicembre 2008
In penombra
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mercoledì 10 dicembre 2008
Un passaggio

Io glielo avevo dato lo stesso un passaggio. Un carnevale di 15 anni prima ci eravamo messi le mani addosso, questione di coriandoli e bombolette spray, poi più nulla, oltre dieci anni di silenzio, non mi aveva più parlato, a vederlo mi sembrava non lo avesse più fatto con nessuno.
Si era avvicinato tendendomi la mano – Ciao, come stai – e mi aveva chiesto un passaggio tutto d’un fiato con lo sguardo rivolto verso terra senza dire altro. Come se ci fossimo salutati altre volte, come se le nostre vite si fossero incrociate in qualche occasione che non riguardasse la questione dei coriandoli e delle bombolette spray. Un passaggio ci aveva fatti incontrare, un servizio, un piacere, un occasione o come si volesse chiamarla. Dipende come le guardi le cose.
Avevo allungato la mano e sorriso – Finisco alle sette e mezza –
Lavorava in qualche peschereccio e il suo odore copriva quello non troppo gradevole di Jimmy, così nonostante il freddo avevo aperto un poco i finestrini e respirato a scaglioni, una volta ogni curva, una volta ogni chilometro, una volta e basta in tutto il resto delle strada. Io glielo avevo dato lo stesso un passaggio. In macchina neanche una parola, sguardo fisso al finestrino,sguardo spento verso l’orizzonte, sguardo rivolto dalla parte opposta. Era sceso e non né avevo sentito la mancanza, avrebbe probabilmente continuato a non salutarmi, forse a non salutare nessuno.
Per alcune decine di mesi ero stato il burattino di corte, al servizio di chi doveva risolvere i propri problemi, alla corte di chi chiedeva ma dava da un'altra parte, al cospetto di chi, accecato da quella sensazione, avevo servito senza domandarmi se fosse giusto. Neanche quello mi doveva mancare, sorretto da una banda di rustici compagni, burdi e leali, scontrosi ma onesti, divertenti ma sinceri, loro che mi avevano sempre detto le cose come stavano, senza paura di ciò che erano nè dei giudizi della gente, loro senza bisogno di essere universalmente riconosciuti, loro dalla barba di qualche giorno, quelli curati ma quando né hanno voglia, schiavi di nessun pregiudizio sociale, liberi di fare le cose che attraversavano il cervello, liberi di vivere.
Per alcune decine di mesi ero stato il burattino di corte poi avevo parcheggiato e fatte le scale avevo ricominciato a scrivere, tutto di fila, senza fermarmi, senza pensarci, per il gusto di farlo, per la voglia di buttarlo giù.
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Avvisi Bacheca

Diciamo che pavoneggio, stabacco, studio e sPietro in attesa del Venerdì Cagliaritano. - Easy Drink - mi ha detto Reddu, - Pren’e udda – aveva aggiunto un altro ma sappiamo come vanno certe cose.
Al di là degli incentivi vari volevo avvisare Doris che non mi sono dimenticato dei Test Laurea e chiedergli quanto tempo mi concede ancora, dire a Raffaele che forse una piccola macchina fotografica tra le due proposte mi arriva e mi aspetto qualche spiegazione da lui, dire ad Ale Ferro che - a giorni ti chiamo e ti racconto due cose – a Elisabetta volevo ricordare che da oggi diamo via al patto di non belligeranza, volevo avvisare Martu che Venerdì scendo a Cagliari e si deve far vedere, volevo dire a Lorenzo che Berlino mi piace un sacco e se mi dovessi ricordare altro sarò lieto di avvisare in questo stesso post.
Si avvisa inoltre che sto cercando una stanza anche doppia dove trasferirmi con tutto il mio capitale romano anche se per breve periodo, chiunque dovesse sapere qualcosa sa dove cercarmi. Si avvisano gli studenti Lumsa che le date d’esame sono uscite.
Mi sembra per il momento possa bastare.
Cordiali Saluti
La Redazione di Gandhinews
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lunedì 8 dicembre 2008
Dipinto a sei mani

Dita su dita e mani sudate che si uniscono in un abbraccio, corpi che si avvicinano, labbra su labbra, lingue impazzite incontrollabili scivolose, corpi che si scaldano e stringono, sangue che scorre e cuore che pompa follemente pompa sangue che invade vene e le gonfia, pressione alta, altissima, occhi che sorridono complici - Ce l'abbiamo fatta - occhi che si schiudono
- Come può tradire una persona innamorata ?! – aveva chiesto
Come se la merda non tornasse a galla prima o poi putrida e lercia come una domanda ipocrita e le parole viscide sfuggenti di chi si prende il lusso di provare a mettertela nel culo senza saperlo fare.
Angoscia, nodi che si stringono come corde robuste alla gola, ancora più strette, soffocamento, cuore che rallenta il ritmo poi aumenta poi rallenta, buio orgoglio disperazione lacrime che solcano il viso e inumidiscono il labbro, castelli che crollano, castelli di sabbia che crollano al primo sospiro profondo.
- Dimmelo tu – avevo risposto, pur conoscendo bene l’argomento
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sabato 6 dicembre 2008
L'orologio degli Dei

Bevo un sorso d’acqua e sento la sete alleviarsi pian piano, ne bevo un altro e un altro ancora ed è come quando esco dal fondo del mare senza fiato e respiro profondamente e mi sembra di nascere in quel momento. Appoggio il bicchiere asciutto prosciugato e inutile senza liquidi, poggio la mano sulla spalla di chi trovo lungo la mia strada ed esco.
Oggi non l’ho sentita, non ho risposto alle sue chiamate insistenti nè al richiamo della solitudine, ho chiuso il libro e la lettera che un giorno mi aveva scritto in preda alla follia di una penna che scorreva da sola come nell’olio come trainata da una forza invisibile e travolgente come indemoniata e impazzita inferocita e inafferrabile e sono uscito e ho guardato il mare e in silenzio mi ci sono avvicinato, la costa era imponente e deserta e io ho avvicinato il mare e a piedi nudi ho sentito il freddo dell’acqua azzurra di Dicembre e poi la sabbia grossa e fastidiosa sulle dita e ho ripercorso la strada al contrario e ho pensato che avrei potuto cambiar vita mollare tutto e tornare indietro, fare come in certi libri e in certi film, vivere del mare e della pioggia del freddo e del caldo e degli abbracci e delle pacche sulle spalle di qualcuno tra un mirto e un’inchnusa e una battuta scontata dopo pranzo e prima di sera per poi addormentarmi sereno come padrone incontrastato del mondo, del mio mondo.
Come se oltre il mare fosse il vuoto
Avevo pensato a giornate gelide come la neve sulle mani nude e a quegli errori che spesso mi rimproveravo, prima del giorno in cui avevo smesso, dicendomi di guardare avanti cercando di arraffare il futuro aggrapparmici come a tutte le cose incerte perché nell’incertezza c’è sempre stata la vita, nella certezza – fanculo alla certezza – avevo pensato, le certezza è la morte di tutte le cose nella certezza non cè scoperta né curiosità né stupore né quella vita stessa che io volevo proteggere per il poco che potevo, finchè l’inquilino su in alto me lo avrebbe consentito.
La vita o è un’audace avventura o non è niente avevo sentito una volta mentre il mare scuro e profondo e misterioso sotto i piedi trasportava quel barcone grande quanto mille balene bianche verso un porticciolo di pescatori di un piccolo villaggio della provincia sarda.
Cosa né sai, le avevo detto , cosa né sai Adesso, mentre prima di dormire sento il cuore dentro battere come un tamburo picchiato dalle mani di mille negroni possenti e i miei occhi sono lucidi e umidi di malinconia e ricordi e amore rubato strappato come un bimbo dalle braccia della madre, adesso che ascoltando le tue urla la tua voce tremante i tuoi lamenti i tuoi dolori non capisco cosa succede e dove’è finito il sorriso accecante dei tuoi occhi caffè delle tue espressioni bizzarre e sconce buffe disneyane e il tempo scorre e non cambia niente e mi sembra di impazzire, cosa né sai della luce con cui mi hai travolto la prima volta che ho appoggiato le mie labbra alle tue..e altre cose ancora le avevo detto nella mia testa, un attimo prima di dormire
Un filo di luce aveva attraversato la tenda azzurra, un nuovo giorno, di quelli incerti in cui puoi immaginarci dentro tutto ciò che vuoi e passare le ore a riempirlo di ciò che hai immaginato nel tempo scandito dall'orologio degli Dei.
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sabato 29 novembre 2008
S'Astaria

Attraverso mari in burrasca per scoprire l’inverno di un'isola lontana qui che l'inverno è un altra cosa anche se il mare resta il posto più popolato anche quando il freddo gela campi in erba paradiso di pecore e buoi e dei loro pastori dai pantaloni in velluto sempre un po’ imbronciati con le loro urla e i loro bastoni nel silenzio della campagna e il resto è deserto o quasi, come nei vecchi film western, un paese fantasma con qualche cadavere fuori dai bar a bere birra o mirto e dire la sua sull’ultimo morto di Ilbono o sui terreni confiscati a Francheddu o sul figlio dei Cau che spaccia e si buca sotto i piedi perché così non se ne accorge nessuno e ruba a volte, così hanno detto almeno a s’Astaria che ruba a volte e poi qualche ragazzino a impennare per il corso senza casco e qualche volta a sfasciarsi a terra e sfondarsi il cranio povera anima volata in cielo pianta da tutti quelli che diranno che era un bravo ragazzo finito nell’abbraccio di cattive compagnie e poi le ragazzine con i seni in vista per conquistare il più burdo del paese che però ha la moto truccata e la Clio assetto ribassato e offre la coca, non la fa mai pagare la offre e anche se non ha la terza media a letto è un toro dicono, lui che è cresciuto nella strada figlio di una vita difficile che non gli ha concesso i privilegi degli altri lui che se l’è sempre dovuta sbrigare da solo e se ruba o spaccia o fa del male è perché è la vita non perché è uno stronzo senza voglia di fare un cazzo. La domenica i ragazzini in chiesa e le nonne a predicare, il prete a benedire e poi a giocare a calcio balilla e se è libero a biliardo da Ziu Piero o alla Rosa dei Venti o da Mundicca e poi nient’altro, tutti al mare in macchina con il riscaldamento acceso a far l’amore, a sentire la musica fumare e tirare di coca che tanto controlli qui non ce ne sono e il massimo che ti può succedere e finire la roba o avere la ragazza con il ciclo.
Fumo hascis solo dove sono sicuro di non essere visto da nessuno. In paese le voci corrono e non mi va vengano a saperlo persone che potrebbero restarci male. Gli altri li hanno beccati tutti chi prima o chi dopo e altro che hascis e se ne sono anche fregati dei rimproveri che hanno ricevuto da genitori che anni prima avevano fatto lo stesso e da altri che ancora adesso lo fanno e da forze dell’ordine che novanta volte su cento chiudono un occhio poi si svegliano all’improvviso e fanno come se drogarsi, farsi, fumare, tirare in questo posto, in quest’isola felice e selvaggia, arretrata e sincera, in quest’isola di uomini che pensano oltre il mare sia finito tutto, fosse veramente vietato da qualcuno.
Qui, nell’isola che l’inverno non cè
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martedì 25 novembre 2008
Nobildonna

Si l’ho detto e vero e l’ho ammesso e l’ho ostentato e l’ho rimangiato e adesso ricreduto che volevo fare il giornalista che sarei diventato famoso e sarei andato in qualche convegno a dire cose che i presenti ascoltandole avrebbero applaudito come fanno con tutti senza far caso alle banalità e nella certezza che chi è conosciuto per un qualche stupido o meno stupido motivo debba saper dire sempre qualcosa di interessante e mai scontato davanti a persone pronte a battere le mani di riflesso, d’istinto, inutili persone dall’aria intellettuale. Avevo pensato tutto d’un fiato sorseggiando vino di cantina di quelli che lasciano l’amaro in bocca e che si incastrano, come coppie in amore, con l’acido della sigaretta inumidita e cancerogena.
Neanche io sapevo se volevo morire di stenti in una redazione stracolma di impiegati chiamati giornalisti a scrivere frasi ad effetto per quotidiani che qualcuno avrebbe letto e cestinato insultando quella classe di scrittori falliti con il tesserino sempre in vista e la notizia da pompare che altrimenti non si vende, non attira, non ci interessa, non fa rumore.
E poi avevo da pensare ad altro, avevo paura di morire e avrei messo la firma per campare almeno fino a novanta anni e dire le mie frasi saccenti a moccioselli con il cazzo in tiro e tirare merda addosso ad un mondo di moralizzatori con la coda da diavolo e le ali da angelo sempre pronti a dire quello che è più giusto fare in quella società che si prende il diritto di scegliere quello che devi essere.
Allora per sintetizzare la mia risposta le avevo detto – Ehmbe? – a lei che mi aveva detto che nella vita bisogna avere la testa sulle spalle sopra il collo con il cervello ben posizionato e cercarsi un lavoro sicuro e impegnarsi per fare carriera e costruire un qualcosa di serio che altrimenti me ne sarei pentito e lei aveva già un lavoro, un uomo con un posto da dirigente un cane che glielo invidiavano i vicini una macchina che quando arrivava nei locali la facevano entrare sempre per prima senza far la fila amica com’era di gente importante di luoghi importanti dalla cariche importanti. – Ehmbe ? – le avevo risposto e avevo gettato la sigaretta nel lavandino che tanto la sguattera l’avrebbe presa e gettata senza dire neanche una parola, senza ribellarsi a quella vita di umiliazioni alla quale era sottoposta dalla Nobildonna che mi volevo scopare e mi ha portato a casa sua solo per darmi delle indicazioni precise su come soccombere alle sue direttive di vita.
- Sai perchè non mi piaci? – mi aveva detto quella nobildonna, Sonia, come mi aveva concesso di chiamarla una delle sere dopo che l’avevo conosciuta per caso ad una festa di chiattoni, - Non mi piaci perché non sei nessuno e ti comporti come se chi hai davanti avesse le pezze al culo come te e la tua modestissima vita da sognatore –
- Embhe – mi sarebbe venuto da rispondere ma me ne era passata la voglia e me ne ero andato con le pezze al culo in quella vita che sapeva dare lezioni migliori di qualsiasi altra nobildonna in prigione.
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lunedì 24 novembre 2008
Emy
Il cielo è splendido, dipinto di colori che al di la del mare trovi solo negli enormi cartelloni pubblicitari che dall’alto controllano la città. Ma non è il cielo che sono venuto a riprendermi. Io morboso pastore di una morbosa storia d’amore che come un gregge tutte le mattine ho portato a respirare in attesa di mangiare della carne di cui non ho mai sentito il sapore.
- Bentornato – mi dice Emy mentre le tiro la coda morbida sulle spalle. Ho ancora gli occhi gonfi dopo la notte insonne in balia di onde fastidiose ed eccitanti.
- La mia non era paura ma prudenza. Da addormentato non so nuotare -.
Poi mi bacia timida sulla guancia e torna alle sue cose. Io non so cosa sono venuto a fare ma nel silenzio mi sembra di riprendere un po’ di energie. Difficilmente si lamenta, ha le energie di due, tre, quattro persone insieme e a volte la invidio, osservandola, perché non sembra poterle esaurire mai.
In camera ho un mappamondo e un quadro pieno di foto. Una volta prima di trasformarsi da farfalla in bruco mi aveva chiesto di girarlo e poi fermarlo in un punto a caso. Lì ci saremmo dovuti un giorno sposare.
L’avevo fermato in mezzo al mare.
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martedì 18 novembre 2008
Al bacino e il cartello sulla bara

Lui muoveva i fianchi manco fosse Al Bacino, lei sorrideva e a tratti distribuiva sguardi che non necessitavano di parole.
- Ti sei divertita? – Avevo detto polemico e fintamente disinteressato
- Molto – mi aveva risposto mentre rientrava con me ma solo fisicamente
Poi un giorno mi aveva lasciato dicendomi che forse per il momento, un attimino, per un breve periodo di tempo non definito, momentaneamente ma istantaneamente e delicatamente mi dovevo togliere dai maroni.
- Devo pensare – mi aveva detto e mi sembrava inutile chiederle a chi o a che cosa
L’avevo rincontrata dopo un anno accanto al suo ballerino
- Hai pensato? – le avevo detto, ma evidentemente non ne aveva avuto il tempo
Non mi aveva risposto e mi aveva presentato Fabio, in arte Al Bacino, ballerino di discoteche Fashion situate in zone Fashion frequentante di quei giri Fashion, circondato da persone Fashion di cui per una serie di motivi non potevo fare parte.
- Piascere Fabbio – mi aveva stretto la mano e guardato con lo schifo di chi deve ravanare dentro un cesso tappato per necessità.
Nella sua bara un giorno, insieme a suppellettili fashion, accanto ad un fiore seccato restava un cartello scritto a penna che recitava più o meno così – Menomale -
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martedì 11 novembre 2008
Il vestito rosso

Lei mi dice che non sa cosa vuole dalla sua vita.
- Quale vita? - Mi chiedo
- Sono anni che vivi di riflesso quella degli altri -. Poi taccio.
Mi guarda e piange nuda, nuda davanti a se stessa, nuda davanti a una verità che
fa male quanto mille schiaffi in pieno volto. Ha un vestito rosso acceso, ha un vestito rosso come i pesci nell’acquario che avevo in un'altra casa. E’ bella, mi sembra bella a guardarla, rossa con le calze colorate e il viso buffo di chi non sa cosa dire. Mi sembra bella, soggettivamente bella guardata con gli occhi di chi vuole vedere oltre quelle lacrime, quel vestito rosso pesce, quel viso buffo e confuso di chi affacciata al balcone guarda la vita degli altri senza viversi la propria.
La radio passa Boa Sorte di Vanessa Da Mata, canta Vanessa Da Mata e fuori è freddo e lo sento nelle ossa.
Perché piangi? – Le chiedo sapendo che non risponderà, scende dal letto dov’era accucciata come i bimbi quando aspettano un rimprovero. Scende dal letto e infila le scarpe nere lucidissime che indossa mentre affacciata al suo balcone guarda la vita degli altri come i pesci rossi nell’acquario che avevo una volta in un'altra casa.
Era andata via ma ero andato via prima io, senza dire niente, mentre la guardavo e mi sembrava bella, bella e buffa, bella e confusa, soggettivamente bella dispersa in un mondo in cui non aveva il coraggio di respirare, che non sapeva ammirare e di cui non sapeva godere impegnata com’era, affacciata al suo balcone, ad osservare il mondo degli altri.
- Dove vai? – Le avevo chiesto, ma da tempo ormai ero rimasto solo.
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