
- Che pazza che sono – a certe donne piace da impazzire sentirsi così, dipingersi folli, immaginare di essere quello che non riescono ad essere veramente, immaginare di lasciarsi andare. E’ per questo motivo che il sesso per noi è anche pratica e per loro spesso solo calda fantasia nelle notti insonni. – Tu mi vedi così ma io sono proprio pazza – dice e l’assecondo che non ho voglia di spiegarle ciò che penso in questo momento – Tu mi vedi a modo, ma sapessi le cose che ho fatto – dice e mi annoia un po’ che vorrei avesse il coraggio di dipingersi per come è e non per come si vorrebbe.
- uff voglio una femminuccia, sai quelle cose con le tette e le labbra lisce e i capelli lunghi e il due pezzi al mare? Quella cosa li voglio – aveva detto Davide e l’avevo assecondato e ora che l’ho davanti mi annoio da morire e forse pure lei che non abbiamo argomenti in comune, nessun argomento in comune e meno male che lei ha le sue storie matte da raccontarmi altrimenti dovrei raccontarle le mie e proprio non ne ho voglia – Una volta io e le mie amiche – mi dice – io e le mie amiche in discoteca – mi dice – una volta abbiamo ballato con il ragazzo più brutto che c’era. C’era la canzone dei Chimical Swazswaz in disco unz unz unz e abbiamo ballato con il più brutto che c’era, noi tre belle fighe e lui gasatissimo poverino –
- Che ridere – dico – che ridere – mentre passeggiamo e guarda le scarpe per la tesi della sua amica che si laurea – ..in economia, 110 assicurato, ma non studia, siamo sempre in giro, non studia ma è particolarmente intelligente lei, è estremamente intelligente -
Ci sono famiglie che non sanno starsene al loro posto. Non ho mai sopportato chi pensa che un figlio sia una sua seconda possibilità per fare le cose che non è riuscito a fare. Quei padri e quelle madri che opprimono, stanno troppo dietro, ordinano per far raggiungere ai figli obbiettivi che non gli appartengono.
- E’ una sola la vita, è una sola cazzo – vorrei dire a quei genitori – come chiedi scusa a tuo figlio quando si accorge che è stato un burattino nelle tue mani? Quando la signora con l’ascia e il cappuccio nero gli dice che si è fottuto la sua unica possibilità? – E invece neanche stavolta dico niente anche se lei inizia ogni frase con – Mi ha detto mia mamma – e mi sembra di morire ogni volta che lo ripete e vorrei lasciarla qui e cominciare a correre ma non posso – ecchecazzo – non posso.
Torno a casa molto tardi, ascolto il silenzio a Casalotti entro in Facebook e mi rendo conto che mi ruba il tempo e devo staccare, per un po’ devo staccare che ogni tanto fa bene, sentirsi liberi, schiavi di niente, neanche di guardare le notifiche o la posta o il telefono e allora mi propongo una pausa mi disattivo e scrivo quest’ultima cazzata per il blog, dopo pausa, silenzio. Ci sono altri modi per incontrarsi penso, - se mi piace davvero troverò altri modi per incontrarla – penso, - basta volerlo -.
- Sono stronzate quelle che scrivi - mi aveva detto uno un pò nervoso
- Lo so - gli avevo risposto - lo so bene - e avevo continuato a scrivere
giovedì 19 marzo 2009
A presto
Pubblicato da
Gandhi
alle
08:33
2
commenti
Etichette: Gandhi
martedì 17 marzo 2009
Certe donne
Facevamo l’amore sdraiati di lato, da dietro potevo abbracciarla bene e lei ruotava il busto verso di me, e lei si voltava verso di me con il viso mi guardava e mi piaceva baciarla in quel modo. Se stava sopra di me sorrideva mentre faceva l’amore, sorrideva e si mostrava poi si abbassava e mi baciava labbra su labbra ed era bella, serenamente bella, magicamente bella mi sembrava mentre facevamo l’amore.
Noiose certe coppie le trovavo noiose, annoiate, rassegnate ad una convivenza forzata. Certe coppie si erano date tutto, consumate, certe coppie che non avevano mai smesso di guardarsi negli occhi – Il Mondo non bisogna mai perderlo di vista – avrei voluto dire – e il mondo che non bisogna perdere di vista, non basta guardarsi fissi l’un l’altro, bisogna guardare in un'altra direzione, insieme ma in un'altra direzione, il futuro bisogna guardare, con curiosità bisogna saper guardare il cielo, le nuvole, i formicai la natura tutta e fare progetti, nessuna coppia a resistito alla decomposizione dovuta alla noia, all’abitudine-. Questo avrei voluto dire a certe coppie che – Sono dieci anni che stiamo insieme – e le sere le passavano a sbadigliare, lamentarsi, - Stiamo bene così, noi stiamo bene – certe coppie che non sapevano rinnovarsi, uno voleva, l’altro sapeva solo lamentarsi di tutto – Non fai questo, non fai quello, sei così, sono stanco – e l’amore era finito da un pezzo in quelle coppie e gliel’avrei voluto dire e invece – Fanculo – che non sapevo risolvere neanche i miei di problemi.
-Se le conosci e ti avvicini ci stai provando – mi ha detto Giovanni – Se le conosci e non ti avvicini sei frocio o asociale – mi ha detto Giovanni – e allora non sono mai contente. Si lamentano ste cazzo di donne comunque ti comporti, qualsiasi cosa fai, non si sentono persone, donne si sentono e basta, prede, come bastasse un bel culo a fare una persona interessante – mi aveva detto Giovanni
-E tu perché ti ci eri avvicinato? –
-Lo sai che volevo scoparmela lo sai, ma anche se non avessi voluto avrebbe pensato lo stessa cosa. Sempre quello pensano e noi uguale insomma, se una donna ti sorride una volta pensi subito che è simpatica, se ti sorride due volte pensi che te la puoi portare a letto, è così che funziona. E allora il rapporto è malato, non c’è cura così, non può funzionare -. Dice Giovanni e si morde il labbro nervoso.
-Bisogna avvisarle subito. E’ così che faccio io, le prendo da una parte e le avviso Senti io non ti voglio scopare però mi stai simpatica e ho voglia di conoscerti dico, così dico e le cose sono chiare. Poi mi dovessi innamorare la avviso insomma, senti io mi sto innamorando che vuoi fare? Ti innamori pure tu di me o mi sfanculi? Di solito mi sfanculano ma almeno non possono dirmi che non sono stato chiaro. Ogni volta che chiami una donna per uscire la prima cosa che fa è chiamare le sue amiche ed avvisarle Mi ha chiesto di andare fuori, ma per chi mi ha presa? Dicono Mi ha chiamata per berci qualcosa, come mi vesto? Dicono Mi ha invitata a cena fuori, che dici la faccio la finta di pagare almeno o è poco educato? Dicono ed è questo che mi da fastidio porca miseria, mica prendono ed escono, telefonano, si consultano, si preparano, non si lasciano mai andare cazzo. Quelle che non hanno paura di sporcarsi il culo e si siedono ovunque, quelle mi piacciono, quelle che sanno che poi possono lavarseli i Jeans e che non urlano se il tacco dodici si incastra tra un sanpietrino e un altro, quelle mi piacciono -. dico
Piazza Navona e i suoi artisti e io e lui e le donne che ci passano accanto e un bimbo con la bicicletta e il padre che ne vuole fare un grande uomo – Devi andare senza le rotelle – dice – Senza le rotelle devi andare – e il bimbo che si sfascia in terra ma almeno il padre è contento che un metro con due ruote è riuscito a farlo. E il bimbo a sfaciarsi a terra, un metro e mezzo stavolta.
- Se ti piace diglielo – dice lui – Diglielo e sorridi – dice lui – Non esiste emozione a cui valga la pena rinunciare – dice Giovanni – Nessuna emozione a cui valga la pena rinunciare, negativa o positiva che sia – dice e cammina e piove. E piove sulle nostre teste calde, piove ed è incantevole e si sciolgono certi colori sotto la pioggia e si sciolgono certe tele sotto la pioggia e si decompongono come certe storie sotto un cielo di noia.
Pubblicato da
Gandhi
alle
18:59
1 commenti
Etichette: Gandhi
lunedì 16 marzo 2009
Amore mio
Camminiamo in silenzio lungo il viale uno accanto all’altro e non ci diciamo che poche parole. Non ho mai sentito il profumo dei suoi capelli. Mi piacerebbe sentirlo. Il naso alla fine non mi manca, quello no che non mi manca. Mi volto e la guardo un attimo con la coda dell’occhio. E’ bella, particolarmente bella quando sorride. Bambini lungo il viale si rincorrono – Dici che piove? – mi dice, ma non rispondo. Non lo so se piove, non ci ho mai capito niente del tempo, isobare e cose del genere, neanche quando ho fatto fisica e chimica e tutte le materie dove c’era qualche attinenza con la matematica e i segni, due c’avevo, tre al massimo c’avevo.
I capelli legati in una coda a scivolare fino al seno. - Chissà quante volte ha detto ti amo – penso – chissà a chi lo ha detto e se ci ha creduto veramente, se ha creduto di amarlo per un momento o se ha pensato di poterlo amare a lungo, in eterno – penso
- Lo sai perché non riesco a lasciarmi andare? – dice e abbozza un mezzo sorriso. Il sole nasconde i suoi raggi dietro ad una nuvola per un attimo poi esce fuori Cucù, ed esce fuori il sole Cucù e ci avvolge con i suoi raggi – Lo sai perché non riesco a lasciarmi andare? Non mi fido di lui, non riesco a fidarmi. Ho guardato le sue mail una volta, di nascosto le ho guardate e si sente con una che non mi convince per niente, e non me ne ha mai parlato di questa lo stronzo, non me ne ha mai parlato. Io ci ho provato a lasciarmi andare ma poi ho paura mi faccia soffrire come quell’altro e allora mi blocco e risulto fredda. Fredda e acida come mi dice lui a volte, fredda e acida –
Tiene il muso mentre parla, come si stesse sfogando con lui. Si aprono e chiudono le labbra carnose, rosa come un fiore a primavera, le labbra si aprono e chiudono in quel vortice di parole. Non sono quelle che voglio, non voglio assaggiare le sue labbra stasera.
- L’emozione è tutto nella vita, quando siete morti è finita, l’emozione è tutto nella vita, quando siete morti è finita – Vinicio Capossela mi passa per la testa
La vita stretta la fa sembrare fragile, la camminata incerta mi ricorda qualcosa, quella maledetta camminata incerta.
- Non credo ti debba far condizionare dal passato – dico – chi resta legato al passato presto rischia di restare senza. A furia di non vivere si volterà e alle spalle troverà solo un buco nero tra il presente e quel lontano passato. Bisogna creare sempre – dico io – bisogna creare sempre – dico io
Mi tiene la mano per un attimo, non è quella che voglio stasera, non è quella.
La guardo è penso che è stato bello incontrarla ma non le dico niente, si capisce che è stato bello incontrarla e vederla andare via, svanire così senza che niente abbia potuto sporcarlo quel rapporto. Niente era riuscito a sporcarlo. L’avevo incontrata ed era andata via. Il tempo di una passeggiata ed era andata via – Amore mio – penso e mi viene da ridere – Amore mio – penso fino a quando riesco a immaginare – Amore mio – penso e non rimane che una sagoma lontana.
Pubblicato da
Gandhi
alle
17:59
3
commenti
domenica 15 marzo 2009
Il Caffè Letterario

C'era una donna li al bancone del Caffè Letterario, una donna sulla trentina alta, gonna sotto il ginocchio, distinta, capelli mossi fino alla spalla, una bella donna. Ha bevuto prosecco e vino rosso e m'ha guardato e l'ho guardata. Con un corpetto che le strizzava il seno, la vita stretta, un gran culo. M'ha guardato e l'ho guardata. Teneva il bicchiere con una classe che non avevo prima neanche immaginato. M'ha guardato - Ti sposti o no che devo passare? - ed è andata via.
Passando mi ha sfiorato il braccio e ho sentito il suo profumo di donna, quello della sua pelle e quello che si era spruzzata vanitosa davanti allo specchio qualche ora prima. Mi è sembrato di distinguerli per un attimo mentre mi camminava accanto.
A volte mi sembra di distinguerli gli odori. A volte mi sembra di sentirli anche quando non è materialmente possibile. Guardo una foto e li sento. Il profumo dell’erba bagnata e l’odore marcio di Rey, il caldo di certe foto d’estate mi sembra di sentirlo certe volte, come fossi ancora lì, come potessi tornare indietro.
Non è questo che voglio, devo passare ancora quindici giorni dentro questa casa. La vivo solo, o quasi, per quel poco che ci sto. Non è una casa ma un cantiere, niente resta, non resta niente. Come in un cimitero, è morta questa casa non ha più anima, aspetta di essere abbandonata, non emana nessun calore, nessuna emozione, quattro mura per coprirmi, solo questo. I vicini che si lamentano non hanno più una voce, le loro prediche si perdono nell’aria, non ha senso riordinarla, non è una casa è un ripostiglio che presto verrà abbandonato, il deserto, sono qui per caso, di passaggio, per un attimo.
Non ho rimpianti o ripensamenti o angosce, stanchezza a volte, pochi minuti liberi nella testa, tutto occupato. Un giorno dovrò fermarmi. Sto bene – Fanculo – il resto non mi interessa per niente, certe persone, certe minacce, certi comportamenti, quelli non mi riguardano più.
Ho seguito quella donna sulla trentina alta, gonna sotto il ginocchio, distinta, capelli mossi fino alla spalla, una bella donna. Quella che ha bevuto prosecco e vino rosso e m'ha guardato e l'ho guardata. – Ti sposti che devo passare – doveva inseguire la sua vita. Io mi sono seduto, la mia vita l’ho qui con me.
Pubblicato da
Gandhi
alle
03:31
0
commenti
Etichette: Gandhi
venerdì 13 marzo 2009
Il walkman di mia sorella
Ci ho dormito ma ero abusivo, semplicemente abusivo, maledettamente abusivo per qualcuno. Loro si che lo avevano capito – Abusivo ma sincero – mi avevan detto - abusivo ma sincero nelle intenzioni – avevano pensato e avevo dormito sfiorando corpi che non mi appartenevano, stringendo mani poco prima unite ad altre in promesse difficili da mantenere, e avevo dormito cullato dal calore di chi aveva solo voglia di stare insieme – Questa notte, insieme –
Il walkman di mia sorella. Quello si che mi tiene compagnia certi giorni, certe sere in motorino con le mani congelate a sfrecciare per le mura Vaticane e piazza Irnerio e Cornelia Casalotti Boccea da solo con le cuffie e la gente che passa e qualcuno che bestemmia e le coppie a baciarsi per la strada come non ci fosse nessuno, come vivessero per loro – Io per te e tu per me amore – sembrano dirsi –Tu per me – soprattutto sembrano dirsi, e la musica che si mischia con le sirene e le frenate e i clacson di automobilisti inferociti dal traffico, dalla vita che si perde dentro quella maledetta via, imbottigliati, come in gabbia dentro lo stress della città eterna, traffico e parcheggio e le cuffie di mia sorella a Roma con la mia musica a farmi compagnia.
Lei conosce le mie paure e la mia forza e le mie debolezze e i miei segreti e a volte mi chiedo se è riuscita a tenerli per se, a custodirli e a farne tesoro o li ha sbattuti in piazza in una serata tra amici e amiche dopo l’aperitivo, dopo l’aperitivo vestiti eleganti e sensuali e ingioiellati che così si può stare tranquilli che siamo quel che abbiamo, quel che indossiamo, quel che dobbiamo essere certe sere questo siamo.
Non è brava a lasciarsi andare. Non lo è mai stata in fondo, timorosa di chi le può portare via qualcosa. Non si fida, non si fida proprio degli altri. Sorride, scherza a volte poi certe sere si sente vuota. Torna a casa e si sente vuota – Cos’ho sbagliato – pensa, come fossero tutti li a pensare a lei. Non si accetta forse, è la storia che l’ha portata a questo – la sua storia – penso –la sua storia incrociata ad altre – l’ha portata ad essere così egoista.
Dormo meglio. Arrivo stanco e mi addormento, certe voci che mi arrivano all’orecchio e dopo escono senza lasciare traccia - nessuna traccia stavolta fino a che sono solo quello che voglio essere - penso e vado a dormire stanco.
La notte è tiepida dopo tutto sto sole. Lei ha calcato il palcoscenico della serata mostrando denti bianchi e labbra carnose ai presenti ma stava da tutt’altra parte, dentro la sua vita – la sua di vita – mentre Marzo portava via la libertà dello studente e lo sentivi strisciare via lontano, Marzo – Casa e ufficio e figli e bugie da oggi in poi – ha pensato qualcuno – Casa e ufficio e abitudine e posto sicuro e soldi da conservare e collezioni da mostrare agli ospiti e classi sociali da scavalcare, sul traguardo c’è scritto Successo aveva pensato qualcuno. Chi aveva smesso di sognare. Chi aveva sottovalutato la forza dei nostri sogni.
Chi quando andava via non lasciava nessuna traccia. Una di quelle persone aveva pensato così.
Pubblicato da
Gandhi
alle
20:05
2
commenti
sabato 7 marzo 2009
Una goccia

- Ti porto fuori – le dico – puoi fumare in macchina se vuoi, se fumi, se hai iniziato a fumare. Ho dei sigari accanto al tuo sedile puoi provare uno di quelli. Hai con te il sacco a pelo? Il resto l’ho portato io, non ho niente con me, non ci serve altro. le dico così e poi la prendo e la porto con me e a piedi le faccio girare tutta l’isola, spiagge e boschi e montagne e calette intime e segrete e fusti robusti e grossi e secolari, io lei e il sacco a pelo e basta, io e lei. Parcheggio la macchina in un posto, la nascondo e poi faccio tutto il giro dell’isola, l’isola quella vera, non quella delle cartoline che quei cazzo di milionari spediscono alle loro mogli cornute, piene di sfarzo povere d’amore, povere illuse. La prendo e la porto con me e passiamo l’estate così senza bisogno di niente, io lei e la natura e poi la sposo, trovo una chiesa abbandonata e mi sposo da solo io lei e Dio se c’è, se non ha altro da fare, che ci sposi, Dio.
-Quanto cazzo hai bevuto? O hai fumato e non mi hai detto niente? – mi dice Giovanni – Dove cazzo l hai trovato il fumo? Nel cervello ce l’hai nascosto. Magari è sposata ora o lo starà per fare, ha un figlio insomma non starà certo lì ad ascoltare le tue cazzate – Mi dice Giovanni che ha bevuto e sembra lucido a momenti o lo regge meglio lui che sul fegato c’ha scritto Doppio Malto ormai da tempo. Fruga la tasca e toglie fuori l’indirizzo di Odair
– Chissà quanto dobbiamo camminare – dice e poi chiama un taxi che nessuno ha detto che dobbiamo arrivarci a piedi. Dovevamo uscire prima ma poi ha incontrato la sua donna e degli amici e abbiamo iniziato a bere e vederlo che si baciava e vedere lei affettuosa e sensuale e vogliosa mi ha messo malinconia e allora ho finto di stare male e gli ho detto – Forza andiamo- e l ho portato via e prima di staccarsi del tutto ha voluto baciarla ancora una volta e un’altra ancora e ho guardato il cielo e la luna era già alta sopra le nuvole. – Andiamo o facciamo tardi – e siamo andati.
-Certo non è proprio il modo di presentarsi –
-Ho capito ma è un mago, un saggio, un maestro insomma non è tuo padre – rispondo e facciamo una stradina sterrata che ci porta davanti a un cancello azzurro aperto e qui scendiamo. Siamo arrivati.
-Suona dai –
-Ma suona cosa che non c’è campanello, entriamo e basta. Odaiiiir, Odaiiiir – ed esce fuori a petto nudo lui coi suoi ottanta anni, robusto, capelli lunghi e bianchi e la barba e ci accoglie nella sua casa. Non ci chiede chi ci ha mandato o cosa vogliamo o cosa ci facciamo dentro la sua proprietà privata in cima a questa collina di ossigeno fiori e stelle, Odair non ce lo chiede e ci invita ad entrare e ci offre delle arance – Mangiate – ci dite – Mangiate e poi parliamo – E noi mangiamo e ci guardiamo intorno. Una casa completamente vuota, un tappeto quadrato, dei cuscini color lampone, un camino e poco altro. – Essenziale – dice Odair vedendomi incuriosito – Questa casa è essenziale, con dentro tutto quello che mi serve, niente di più – Niente televisione, ne radio, solo tanti libri e un gatto bianco e grasso – rrrrr – a strusciarsi sulle mie gambe – rrrrrr -.
E’ a suo agio Giovanni, sbuccia l’arancio e lancia la buccia spessa di un rosso acceso e ordina al gatto di andare a prenderla. Odair ride – Non è un cane – dico io ma lui si diverte e lo fa ancora. Poi restiamo in silenzio a lungo. Ci studia il gatto e Odair ci osserva incuriosito poi parla – Sapevo sareste arrivati a giorni, vi aspettavo. – dice - Mi piace ricevere degli amici, io e il mio gatto siamo felici di ricevere delle visite – dice, prende un panno di pelle umido e lo passa sul viso – Devo riposare – ci dice – parleremo al mio risveglio – dice e rimaniamo a guardarci come due scemi.
Giovanni tira il gatto per la coda e lo avvisa – Ti riavvicini e finisci con le patate come un coniglio -
– Smettila – e ricomincia a tirare bucce d’arancio poi si alza e scendiamo verso la spiaggia e ci immergiamo dentro il mare e una goccia mi attraversa il viso come una carezza e la faccio scivolare fino a farla ritornare mare. E una goccia mi attraversa il collo e la faccio scivolare fino a farla ritornare mare. E una goccia si aggrappa al mento e dopo cede per poter ritornare mare come il giorno s’aggrappa all’altro per poter diventare storia. Una storia.
Pubblicato da
Gandhi
alle
12:10
2
commenti
sabato 28 febbraio 2009
Lo studente e la tesi

Quella mi guardava come fossi un uomo, non una mezza cartuccia come mi guardavano le altre. Febbraio era praticamente finito e tesi avvolte da lucidissime copertine aspettavano di essere discusse davanti a persone che avrebbero pensato ad altro, pranzi imminenti, mogli a casa, mamme ammalate, studentesse provocanti, figli da sistemare. E tesi con copertine utili e contenuti inutili aspettavano di essere discusse davanti a volti seri e pensieri distratti. Il professore che finge di ricordarsi chi sei e come ti chiami presenta la tesi al pubblico presente in sala. – Benvenuti signore e signori, questo e il lavoro di uno studente che giunto al capolinea della sua carriera universitaria – dice il professore pensando ai cazzi suoi – ha voluto deliziarci con un lavoro – dice il professore – con un lavoro che ha richiesto mesi – dice il professore con in testa fumetti di donne nude e capricciose sbirciate nel suo ufficio – mesi di interviste, ricerche, analisi – continua il professore con in testa seni grossi e cosce lisce di donne volgari in fumetti da collezione di Manara, Milo Manara –Lo studente – aggiunge il professore – lo studente con il mio aiuto ha voluto rappresentare le difficoltà di una società che dinanzi all’avanzare della tecnologia – dice il professore che la sera prima ha picchiato la moglie perché si era rifiutata di avere rapporti con lui, - Mi trascuri – le aveva detto – mi trascuri e quante studentesse potrei farmi io, se solo sapessi – e l’aveva picchiata e spinta a terra e presa a calci mentre studenti con la testa alla discussione qualche chilometro distanti in una casa meno curata, meno chic diciamo, in una casa arrangiata, tentavano di prendere sonno nella notte prima degli esami. – Cari signori – dice il professore che ha iniziato, ha avuto un rapporto omosessuale prima di sposarsi con la moglie che ha picchiato la sera prima e che ancora ogni tanto ha rapporti omosessuali con ragazzi giovani e tenebrosi che gli ricordano lui mediocre studente nella piccola periferia della sua zona – cari signori lo studente qui presente adesso presenterà a tutti voi il suo lavoro sulla.. – Lo studente suda, si volta, orgoglio di genitori che hanno investito una reputazione sulla riuscita dei suoi studi, orgoglio di una famiglia che lo chiamerà dottore senza sapere se è felice o meno, senza sapere cosa gli piace, cosa desidera, cosa è cambiato da quando piccola peste in mezzo a un prato correva dietro a tutto ciò che dondolava, lo studente si volta ancora poi comincia – In questo lavoro, cari signori, ho voluto evidenziare .. – lo studente deglutisce e ingoia il tempo che lo porterà ad essere festeggiato fuori da quell’aula, il traguardo della laurea penseranno orgogliosi parenti e amici mentre lui penserà ad altro, quando il vento soffierà sogni di libertà lontano da tutti quelli che ne vorranno fare un uomo di cultura e lui avrà solo voglia di respirare in cima ad una montagna, davanti a un cielo splendente, e lui avrà voglia di respirare i suoi sogni nel silenzio più assoluto.
Pubblicato da
Gandhi
alle
00:04
7
commenti
domenica 22 febbraio 2009
Le scelte del Signore

E ogni volta che mi sveglio ci penso un attimo soltanto, poi con la testa tra due cuscini mi giro dall’altra parte e non ci voglio pensare più. Mi alzo, spremo tre arance piccole e rosse e un cucchiaino di miele che fa pure meglio di una sigaretta. Giro la manopola rossa e aspetto che l’acqua sia caldissima prima di infilarmici sotto e sciacquare via in un colpo solo tutti i pensieri.
Arrivo all’Ultima spiaggia ed è notte tarda ed è già arrivato da un po’ e sta beatamente fumato sdraiato con la testa a guardare il cielo e mi avvicino e senza dire niente mi passa la canna e inizio a fumare pure io e mi sdraio vicino a lui e in silenzio per un po ci godiamo un cielo illuminato da milioni di stelle. Non ho mai visto da un'altra parte il cielo come quello di questo posto abbandonato da tutti e il rumore delle onde sul bagnasciuga fa il resto e lui nel frattempo di alza e inizia a girare un'altra canna ed ha lo sguardo rivolto verso il lontano stivale e verso questo angolo di terra arricchito da un mare profondo e misterioso e dice che gli manca pescare di notte con il fucile e che quando torna chiama qualcuno e ci va con lui che tanto io non ci vado di notte e ogni volta che gliel’ho promesso poi gli ho tirato il pacco. Abbiamo chilometri di spiaggia tutta per noi ed è buio e non si vede una luce neanche in lontananza. Fa fresco ora e la sabbia su un pezzettino di schiena nudo mi fa venire i brividi per un secondo e mi sento bene.
-Gli altri non vengono? – chiedo
-Non li ho sentiti – dice concentrato mentre con l’accendino squaglia un pezzo di fumo grande quanto la cacca di un coniglio.
- Quando parti? –
- Domani – e poi non dice più niente , è sempre triste quando parte anche se poi per tutta la vacanza non fa altro che lamentarsi di ciò che c’è e che non c’è, delle solite cose, tanto per lamentarsi.
-Se tutto ha un significato forse il Signore, quello vecchio vecchio dico, ha fatto le donne con il mal testa – Altrimenti pensa quanti sareste – insomma, ci ha pensato diciamo e ha fatto cazzi in tiro da una parte e mal di testa cronici per compensare dall'altra, e forse aveva ragione, guarda quanto spazio abbiamo in questa spiaggia. A volte mi domando perché le donne si meravigliano che stiamo con loro anche per quello. Insomma se avessero un’altra cosa al posto di quella probabilmente ci diventeremmo amici. - Ho pensano che ci saremmo messi insieme lo stesso? –
- Ma stai fumando la stessa cosa che sto fumando io? – mi dice – Sono stato in giro con donne che si sorridevano e chiamavano amore e appena si giravano si davano della zoccola l’una all’altra. Una guardava la gonna dell’altra troppo corta, l’altra guardava le tette di quella nella maglietta completamente aperta davanti. Perché non fumi invece di meravigliarti? Non c'è proprio niente da meravigliarsi, se non la vuoi te le vogliono dare, se la vuoi se la vogliono tenere. Lo sai che è così insomma, se le chiami sante vogliono essere chiamate zoccole e viceversa insomma –.
mi dice lui che si è trasferito da una città ad all’altra per amore di una donna che temeva di perdere per la distanza e che dopo qualche mese l’ha lasciato comunque dicendogli che si era innamorata di un altro, un metallaro mi ha detto lui, uno di quelli che ti saluta alzando tre dita esterne delle mani e che non dice mai una parola se non strettamente necessario ed è meglio così perché tanto ogni volta che parla dice cagate, mi ha detto una volta lui – dice solo cagate -. - E mi ha anche tradito - mi aveva detto - e lui mi aveva pure detto la sera prima che si era fatto una tipa e che però non mi diceva chi. Io gli avevo fatto i complimenti. E' un pò come se un tuo amico ti dice che è andato a 200 km orari con una macchina per fare il figo e poi scopri che l'ha fatto con la tua macchina e ci rimani un pò male-. mi aveva detto ancora.
Stiamo sdraiati a due metri l’uno dall’altro e non abbiamo voglia di dirci un cazzo fino all’alba.
Pubblicato da
Gandhi
alle
14:23
2
commenti
sabato 7 febbraio 2009
Sara

Le torna in mente lui che era capace di schiuderle le labbra delicatamente con il naso e ne sente i brividi ancora e tiene la bocca leggermente aperta come fosse lì, nella penombra della camera colorata e ordinata in cui era distesa nel silenzio più assoluto.
- Cosa stai facendo ? – pensa mentre irrompe nella pace il ticchettio della grossa sveglia appesa al muro, accanto al poster in bianco e nero del bacio di due giovani ragazzi dall’aspetto gradevole.
Tiene la bambola in mano, la stringe al seno e respira profondamente. Sente le sue braccia possenti stringerla da dietro, poi un dito esplorarle il contorno del viso e scendere sul naso, sente la mano tenerle la testa, sente il profumo dei suoi baci, sente l’alchimia di quei momenti.
Ora che lui è rimasto ma solo nei suoi pensieri, ora che ha paura di aprire gli occhi e scoprirsi sola con la sua bambola stretta al seno, ora che la vita sembra non terminare mai, ora che il tempo sembra scorrere lento verso il nulla, si alza e passa una mano tra i capelli, gira nuda per la stanza, gli parla ancora, le sembra di sentire una risposta, posa la bambola e si siede nel letto.
Tic tic tic
Scandisce la grossa sveglia
Ora che niente sembra più come prima. Dio, l’imperatore dei cieli, Dio, l’inquilino dei piani alti, Dio, osservatore di impauriti peccatori non risponderà alle sue domande, farà spallucce ironico, come sempre – Cavatela da sola che il gioco è tutto qui – dirà tra il severo e l’ironico Dio – questo è il gioco – dirà Dio e farà spallucce.
Sarà apre le finestra guarda il cielo e impreca, torna in camera e ricomincia a sognare con spudorata menzogna quello che esiste ormai solo nella sua instabile memoria.
Foto di Raffaele Cabras www.mixyourshot.com
Pubblicato da
Gandhi
alle
23:58
2
commenti
domenica 1 febbraio 2009
Lo scrittore

Lo scrittore con mano socchiusa, facendo leva sul dito medio affoga la stanza in una melodia allegra e leggera, volta la testa e raggiunge la sedia e ci si poggia sopra, accende una sigaretta e guarda il vuoto fingendosi per un attimo orgoglioso di se stesso. Lo scrittore abbassa le tapparelle per dipingere sulla carta i paesaggi della sua testa, lui che è altrove da quando muri bianchi e giallastri assorbono i suoni del pianoforte di Allevi. Lo scrittore ricorda nel dettaglio il sopracciglio sinistro della ragazza bionda davanti a lui prima disteso poi inarcato, e ci immagina dentro malizia e malinconia neanche fosse Freud, lui che dipinge con le parole ciò che immagina, ciò che è vero ma nella sua testa, ciò che è il mondo che vuole presentare a se stesso e ai suoi lettori. Lo scrittore si rivolge alla ragazza solo per coglierne i gesti e le impressioni e ad ogni gesto costruisce una storia, e ad ogni storia ci mescola la sua, e maniacalmente la osserva gelida bambola scaldata dall’anima dello scrittore. La ragazza, bionda e armoniosa nei lineamenti, agita i capelli manco fosse francese e si chiamasse L’oreal, poggia la mano sul tavolo e batte il dito mignolo nervosamente, con una battuta allevia l’imbarazzo poi chiede da bere controlla la borsetta e guarda lo scrittore e si chiede – Ma che cazzo vuole – lui che la vuole dipingere nella sua tela di parole, - Ma che cazzo vuole – lui che né studia i tratti e la profondità degli occhi – Ma che cazzo vuole – si chiede mentre lo scrittore affonda lo sguardo nella crepa profonda della scrivania in cui ha immaginato tutto questo nel tempo di una canzone ormai finita, ora che il muro è soltanto un muro e la ragazza bionda è svanita dai suoi pensieri e il mondo è un altro mondo, fino alla prossima canzone almeno.
Pubblicato da
Gandhi
alle
12:12
1 commenti