- Non erano raccolti in una coda i capelli – non in una coda, Maledetta distrazione - un abbaglio ho preso, un abbaglio, erano sciolti i capelli, lisci e sciolti e profumati – ma non ne avevo sentito il profumo quella volta, ci voleva confidenza per sentire il profumo dei suoi capelli.
L’avevo immaginato però, tornando a casa, l’avevo immaginato quel profumo e quello dei suoi baci e di certe sue parole dolci – Immaginarle, posso soltanto immaginarle – ed ero salito su Jimmy e Jimmy mi aveva portato lontano, io, Jimmy, le nostre casse sfondate e Bugs Bunny appeso alla maniglia – Sempre lì sta lui, adora guardare fuori dal finestrino nelle nostre scorribande notturne Bugs Bunny –
Ho fatto a meno di lei per tutto il viaggio senza particolari problemi, ho fatto a meno di lei ma non di Dio compagno di meraviglia quando a chilometri dalla costa la natura ti ruba il fiato, la natura ti strappa il fiato, non si riesce a fare a meno di pensarci in quel momento. Accanto a me una donna anziana mi sorride ogni volta che il mio sguardo incrocia il suo, chissà cosa mi vorrebbe dire, di cosa vorrebbe parlarmi, quali segreti circolano nelle sue vene, chissà come si sente educata e a modo a dispensare sorrisi per nove lunghissime ore di viaggio. Ho ricambiato i primi cinque – fanculo poi – che iniziavano a farmi male i muscoli della faccia.
Metto le cuffie e affogo il silenzio in una melodia allegra e leggera, volto la testa, fumo un pezzo di carta spenta strappata dalle pagine del giornale della compagnia e guardo il vuoto fingendomi orgoglioso di me stesso. Guardo quel ramo allontanarsi, proseguire il suo lungo viaggio, - le correnti lo porteranno dove decidono loro – penso, e mi ricorda qualcosa.
Non vado in Chiesa, non la Domenica, non il Venerdì. Qualche volta a prendere il fresco nelle calde giornate estive è capitato di entrarci in Chiesa, con Giorgio, Giovanni, a sentire il silenzio e il fresco in quelle città che ci erano nuove, dopo aver vagato senza una meta precisa, nei nostri viaggi, ci entravamo in Chiesa e ci addormentavamo sul banco, fresco, buio, silenzio, era l’ideale per riposare.
Nei banchi della speranza di chi si appiglia per paura della vita che sfugge, che va a rotoli, per quello ci si sedevano certe persone, noi per riposare a volte, nessuna filastrocca recitata per Dio, solo gratitudine per l’accoglienza, per aver tenuto la porta di casa aperta in quelle giornate afose e calde nei nostri viaggi – Si annoia Dio con le filastrocche, nonostante il suo spirito da bambino, i suoi occhi da bambino, le conosce a memoria quelle filastrocche Dio, eterno sognatore Dio -
Non si fida di me, non si è mai fidata comunque non si fida certo adesso che si è giocata qualcosa e io non ho voglia di forzare niente – Stasera stai buono – mi ripeto
- Non erano raccolti in una coda i capelli – non in una coda, Maledetta distrazione - un abbaglio ho preso, un abbaglio, erano sciolti i capelli, lisci e sciolti e profumati – ma non ne avevo sentito il profumo, ci voleva confidenza per sentire il profumo dei suoi capelli. Dopo l’avevo sentito, - Ora si che l’ho sentito – Teneva la testa dentro il guscio come le tartarughe, solo il guscio mostrava, la toglieva un attimo poi dentro, al riparo, al sicuro di doveva sentire. Mi ero seduto davanti a lei e con le gambe incrociate avevo aspettato la togliesse fuori quella testa, per mostrarsi al mondo, per guardare il mondo, per donarsi al mondo.
sabato 11 aprile 2009
La tartaruga
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giovedì 9 aprile 2009
Capitano

Il diario di Bordo è stato scritto d'un fiato con la canzone del video..
Piatto il mare, dorme il mare, riflette il cielo, rosso il mare come il sole, grosso il sole lontano, sembra voglia arrostirla quella barca il sole - splendido il mare stasera è splendido -.
Il silenzio a poppa e cinque uccelli che passano e piano le muovono le ali, piano, coordinati come ballerine quegli uccelli che battono piano le ali sopra la mia nave. Si allontana quella terra e sono piccole le case, sempre più piccole, e più sono lontane e più capisco la forma delle cose, come dal cielo, più sono lontano più vedo, come Dio nel cielo, - facile guardare dall’alto – dico a Dio e non mi risponde, un cenno, un buffetto, - Solleva le spalle almeno Dio – dico ma niente, sorride forse, sulle sue, resta sulle sue.
Niente Ieri invece, non c’ho capito niente, troppo vicino ieri e non c’ho capito nulla, - Troppo vicino per capirci qualcosa – dico, - Sono troppo vicino – è un’altra la prospettiva da qui.
C’è un bastone e un peschereccio e le nuvole han mangiato il sole e il mare ha spento il sole all’improvviso è mi è sembrato di ascoltare il silenzio seduto a lato della mia nave col cappuccio della giacca in testa e le persone a parlar dei cazzi loro e ridere e sorridere e le pacche sulle spalle, come in un quadro, in una foto, in un dipinto mi è sembrato di stare per un momento – Capitano – dico – Capitano le scialuppe ci sono tutte, le ho contate, e i salvagenti e i fischietti e il mozzo e i cani ad abbaiare nelle gabbie. Sono un marinaio navigato Capitano, un lupo di mare Capitano, le onde mi abbracciano Capitano, non ho paura delle onde, non ci sono onde, è piatto il mare, infinito, è un prato blu il mare Capitano – dico e giro i quattro lati della grossa nostra nave, mia e del Capitano e il Capitano suona la tromba della nostra nave come all’inizio di Titanic e Rose mi manca, - Rose e l’iceberg mancano – penso e guardo il mare e vado in cabina e mi guardo allo specchio e mi avvicino allo specchio – Boh, sarò simpatico – penso – forse sono simpatico – penso e rido, solo, da solo rido, stupido marinaio sardo che ride solo e si passa la mano sui capelli e si sdraia e guarda il soffitto a volte e parla solo a volte, stupido marinaio sardo – I bastoncini – dico al capitano della mia testa – i bastoncini Capitano, c’è fame a bordo, tiri fuori i bastoncini almeno prima che la nostra ciurma possa patire la fame Capitano- dico sul letto sfatto della mia cabina.
- Amore – avrei potuto dirle – Amore - solo per una sera ma non c’entrava niente e mi veniva da ridere a pensarlo in quella sera, quell’ attimo, in quel momento – Amore – un momento –e ride e ha freddo e si imbarazza a volte e abbassa lo sguardo e si vergogna e ride dei tre bambini a casa – Tutti e tre a casa li abbiamo lasciati – matti che siamo a lasciare i bambini a casa, - matti-. - Mi piace quando si imbarazza – penso, Vicini com’eravamo, solo la pancia ci divideva – Maledetta pancia a guscio, - Una tendopoli sembra – penso – una tendopoli – e ci tiene lontani – Se trattengo il fiato ancora svengo – penso – svengo e ride Dio stavolta, non mi rianima, ride se svengo.
Culla i miei sogni il mare..
fino all'isola..
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martedì 7 aprile 2009
Grazie..


Sbaglio a volte, sbaglio mentre cerco la vita in un momento, un attimo soltanto di vita intensa, piena come la mollica dentro il pane, come un’ostrica la vita, piena quando sbaglio come il guscio di una lumaca. Sbaglio, per riempirla a volte, e non importa quanto è lunga ma quanto è piena la vita certi giorni.
L’affetto, quello si che li ha fatti i miracoli certi giorni a discutere e l’attesa e la voglia di sfondarla quell’aula e la gente che aspettava e smorzare la tensione e guardare in faccia le persone, certe persone, la commissione, il microfono, la responsabilità, sorprenderle certe persone con dei miracoli – Dio scende sulla terra – pensavo – scende a volta e ci fa stare sereni – la felicità no, però, quella si che era inattesa. Rischiare, a volte bisogna rischiare per riempirsi. Grazie devo dire, i grazie li devo dire uno ad uno a certe persone, loro si che li sanno fare i miracoli. E l’imodium anche, due giorni non sono andato in bagno, due.
Mi chiama una sera, mi chiama e si racconta lei, piccoli pensieri e voglia di raccontarsi e di giocare e di essere maliziosa mai chiara, maliziosa nel senso più puro, con le parole, per non farsi capire, giocare avevamo detto. Mi chiama una sera, mi chiama – Fuoco di paglia –mi dice – fuoco che brucia subito, in un attimo, una distrazione è stata il fuoco – mi dice – la vita – mi dice – la vita che non ti aspetti, le cose che non calcoli, certi pensieri volati via con il vento. Sai, io non riesco a capirti – mi dice – la soggezione, mi metti in soggezione a volte – cullata da lunghi capelli ad accarezzarle la schiena.
- Lei mi scrive sempre Are you doing? - mi dice Giovanni - E io risposndo I'm fine, finito, non so rispondere altro. Anche se non sto bene, non so dirglielo, i'm fine rispondo -
Per chi ha attraversato i mari e l’Italia tutta per chi già era qui è c’era nel senso vero del termine, c’era è c’è stato e l’ha dimostrato e l’ho sentito e vorrei ringraziarlo, sono i pensieri che si accavallano, i pensieri e la felicità che mi confonde. Sono felice.
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martedì 31 marzo 2009
- Lucia si chiama, Lucia -
Avevamo deciso di giocare, non dovevamo più cercarci, mai più, il primo che avesse ceduto avrebbe dovuto fare qualsiasi cosa avesse deciso l’altro. Non avremmo fatto l’amore, se avesse perso lei avremmo dormito insieme, niente sesso, non potevamo far l’amore, io potevo, lei no e comunque non voleva – mai – aveva detto, solo dormire al massimo se avesse perso, abbracciati ma non troppo, non poteva lei e comunque ci saremmo incontrati in stagioni più calde, con la sabbia fresca la notte e la luna soltanto a illuminare il suo sorriso – sorridi amore che ti illumina la luna -.
- Possiamo fare l’amore – le avevo detto – sul tardi, in roulotte, dipende da come sei messa tu – le avevo detto - l'hai mai fatto in roulotte? No e comunque mai nella mia sulla spiaggia, poi sul tardi c'è silenzio, due birre e scendiamo in spiaggia, ci sarà qualche falò, quando sei stanca ti porto a dormire – le dico – se ti va prima di andare a dormire facciamo il bagno, l’acqua è calda a quell’ora, a notte fonda, è calda l’acqua. L’unico problema sono i buchi sulla sabbia, se facciamo l’amore in spiaggia dopo un po’ ci si ritrova dentro un fosso, l’hai mai fatto sulla spiaggia? –
- Stai scrivendo un post? – mi risponde ma non era quello che stavo facendo, stavo solo viaggiando con la fantasia, il post più tardi, dopo l’avrei scritto.
- Avrei freddo in spiaggia forse –
- Porto l’asciugamano – dico – facciamo il fuoco, non li bagni i capelli se vuoi, non li bagni – le ragazze non amano bagnarsi i capelli, fanno sempre storie per i capelli, pensano sempre al dopo, se fanno il bagno poi li devono asciugare, se escono prendono freddo, se mangiano ingrassano, se ti baciano la prima sera poi lui pensa male, quanti problemi si fanno le ragazze a volte.
- Al Momò andiamo – dicono – al Momò – e invece andiamo da un’altra parte in zona San Giovanni e se non mi ricordo il nome è perché non lo ritenevo così importante, non ho molta memoria o forse perché non l’ho mai letto il nome di quel ristorante. – Sei tu che sei stronzo – mi dice - che pensi che io – mi dice – che io arrivi dalla luna e possa guardare le persone dall’alto verso il basso e giudicarle senza conoscerle e criticarle forse, questo pensi, forse – e non è quello che stavo pensando.
Non ricordo mai i nomi delle persone appena conosciute, non ci faccio caso, non è distrazione, è che sono concentrato su altre cose, su altro mi concentro e a volte me li ricordo, altre no, ma non mi sembra poi così importante.
- Non è quello che sto pensando – le rispondo – non penso questo, è la confidenza e l’approccio che è sbagliato – dico – se tu rispondi certe cose, ecco, se tu rispondi in quel modo mi viene da pensare che ti metti al centro del tutto, in un dialogo a due il centro è diviso per metà, una non può occuparne una parte più grande dell’altra, si crea uno squilibrio – dico per la prima volta e non penso e la guardo e l’ascolto e vorrei ridere ma non lo faccio – E l’approccio che è impossibile – le dico, la condizione, la situazione – ci sono persone che si incontrano nel modo sbagliato e non esiste maniera di approfondire – dico e aspetto che risponda come risponde lei – Non è poi così importante che ci conosciamo – mi aspetto che risponda ma lo ha già detto ad inizio serata e non lo ripete, non ci casca e non lo ripete e sorride e sembra sincera comunque – sincera – potrebbe essere e abbiamo parlato e sembravamo normali, due persone normali che parlano io lei l'altra e qualcun'altro poi che aveva voluto dire la sua, tutti normali, ma sempre con sospetto mi guardava. Negli occhi lo leggevo, nei suoi occhi ma - non è così importante che ci conosciamo - e mi ero allontanato prima che lo ripetesse e rovinasse tutto.
Fumiamo una sigaretta prima di tornare a casa – Lucia si chiama – penso e scandisco bene il nome quando vado a salutarla, - Ciao LUCIA – dico e torno a giocare. Sento la sorellina e vado a dormire, - Sogni d’oro amore – dice e mi basta per dormire bene.
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domenica 29 marzo 2009
Equilibrio emozionale

- Noi abbiamo un potere di scelta limitato – dico ad Ale – Hai mai pensato alla donna che vorresti al tuo fianco se fossi talmente bello da poterle avere tutte ai tuoi piedi? –
- Quando stavo con lei pensavo che l’avrei scelta tra milioni, non m’importava delle altre più belle, di quelle proprio non m’importava, mi piaceva l’idea di condividere tutto con lei perché era lei, con le sue certezze e i suoi dubbi, adoravo i suoi difetti – mi dice – Se fossi stato l’uomo più bello del mondo forse avrei avuto meno possibilità di perderla, tutto qui, ma sai quanti uomini belli hanno comunque perso la persona che amavano? Non si contano, io almeno non li ho mai contati – dice e ride – non me ne frega un cazzo di contarli, se vuoi saperlo contateli. Allora se anche quelli belli corrono dei rischi non sarebbe poi cambiato molto. Qualche scopata in più forse, sicuramente qualche scopata in più, ma l’amore che c’entra con questo? Non c’entra l’amore – mi dice Ale mentre lava i piatti.
Quando stavamo a Milano non lavava mai i piatti, mai di buon umore, facevamo i castelli come sulla spiaggia, i castelli di piatti pentole e bicchieri, quando stavano per crollare ce li giocavamo alla Play, - chi perde li lava, non chi vince – mi diceva che sapeva di essere più forte di me.
- Vuoi sapere un segreto? – mi aveva detto lei ieri – Certo – mi piacciono i segreti delle donne, uniscono i segreti, legano, come manette, come lucchetti senza chiave legano, i segreti, - Certo – le avevo risposto e le avevo baciato le mani, prima una e dopo l’altra, bianche le mani che avevo baciato aspettando di condividere un segreto, io lei e un segreto, basta, nient’altro, profumate di vaniglia le mani che avevo baciato, bianche, lisce, piccole le mani che avevo baciato.
- Vuoi sapere un segreto? –, – Certo – le avevo risposto ma – Ti prego dimmelo subito – avrei voluto rispondere che pendevo dalle sue labbra dalle sue parole, dai suoi pensieri dai movimenti della sua lingua stavo pendendo.
Non ho mai capito le persone che passano i fine settimana in improbabili corsi stimola emozioni. “Equilibrio emozionale”, “Crescita personale emozionale”, “Riequilibrio emozionale” , tendere la mano e unirsi in un abbraccio e sorridere e accarezzare persone che non si conoscono per – Stimolare l’energia che è dentro di noi – dicono loro – far esplodere le sensazioni racchiuse dentro di noi – con i loro riti imbarazzanti per fuggire da vite piatte, - non riescono ad uscire da quelle vite, hanno paura, paura – penso. Non li capisco proprio, non dico che sbagliano, solo che non capisco, dico, solo questo, buttati cazzo, buttati e rischia e cadi e rialzati e sfonda e scala, dico io, altro che Training emozionale a 700 euro a weekend, che i maestri di vita ci vanno a puttane con i tuoi 700 verdoni di emozioni, ecco dove ci vanno. Pagano per abbracciare un’altra persona che ha pagato per abbracciarti perché fuori da li non hanno il coraggio di farlo.
Lei non mi sembrava una di quelle persone, aveva il coraggio di farle certe cose, di dirle, di far male pur di dire in faccia la verità, non temeva il confronto il giudizio degli altri, non lo temeva, era spontanea, meravigliosamente spontanea mi sembrava.
- Non so se lo amo ancora – mi dice guardandomi fisso negli occhi – Non so se lo amo e voglio lasciarlo e voglio allontanarmi, non so neanche se l’ho mai amato, all’inizio forse, all’inizio e basta o forse erano i discorsi di mia madre – è un buon partito – mi diceva mia madre e mi faceva pensare che dovevo amarlo, mi ero costretta ad amarlo e ora non ce la faccio più, non è lui quello che voglio e la sera a letto non lo degno di uno sguardo e non mi sveglia neanche per chiedermi il perché, siamo uniti da un contratto, ma io non voglio morire piena di soldi, voglio morire piena di emozioni – mi aveva detto ed era seria come non l’avevo mai vista prima.
Erano anni che l’avrei voluta baciare, per rispetto non l’avevo fatto per rispetto del suo uomo e della sua storia e di un amore che non era amore e allora mi ero sentito libero per un attimo dopo averla ascoltata di buttarmi e sentire il suo sapore ma non lo avevo fatto, si sarebbe sentita peggio, si sarebbe sentita sporca e invece doveva uscirne pulita, l’avrebbe lasciato a breve e poi ci saremmo rincontrati e allora sarei stato libero di dirle quanto mi piaceva, quante volte l’avevo sognata e poi pensata certe sere quando a casa rimaneva il suo profumo. Non cucinavo neanche per paura si confondesse con altri odori dopo che andava via. Mi sentivo bene, parlarci, ascoltarla, vederla ridere, abbracciarla, andavo a letto felice.
Non ho mai capito le persone che passano i fine settimana in improbabili corsi stimola emozioni. Se solo aprissero gli occhi..
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giovedì 26 marzo 2009
Buona Notte

Alle 2:41 ho acceso l’abat jour e il computer e word e ho iniziato a scrivere. Erano quasi due ore che provavo a dormire ma niente, il cuore sembrava mi fosse scivolato sotto, come una tazzina dal vassoio, finito accanto all’ombelico ha iniziato a pulsare forte, bum bum faceva il cuore forte e ci ho avvicinato la mano e l’ho sentito ancora bum bum e non riuscivo a dormire e ho acceso l’abat jour che non avevo sonno e mi sono messo a scrivere.
Ero partito dal sopracciglio con l’indice e avevo esplorato il viso e il naso e labbro labbro mento avevo attraversato il collo spalla e fianco intorno al seno fino all’ombelico il centro, l’ombelico e avevo seguito il dito con le labbra. Lei dormiva, niente eros in quel gioco, avevo solo voglia di farlo, se avessi avuto una macchinina in mano anziché l’indice e le labbra avrei fatto viaggiare quella lungo quell’autostrada di carne fino al centro, l’ombelico. Non l’avevo la macchinina, mi era rimasta la fantasia, era notte fonda e lei dormiva e non avevo sonno, mi si accavallavano i pensieri, non brutti, pensieri e basta, uno sull’altro – Ma che cazzo non dormi – mi avrebbe detto se si fosse svegliata ma per fortuna dormiva un sonno profondo.
Inspirava e espirava regolarmente, uno dietro l’altro i respiri come un orologio perfettamente funzionante, avevo sentito il cuore, batteva leggero leggero, assonnato pure il cuore, riposava e io non avevo sonno.
Fosse stata un’altra me lo avrebbe detto – Che problemi hai? – non avrebbe capito i miei zero problemi, solo poco sonno e voglia di giocare come fossero le quattro del pomeriggio e avessi finito i compiti – Fammi vedere il diario – mi diceva mia madre – ma il diario lo gestivo io per cui alle quattro del pomeriggio niente compiti e avevo voglia di giocare anche se la notte quasi andava verso il mattino e lei dormiva e altre non avrebbero capito e questo post sembra scritto da un’impasticcato – Di vigorsol mi sono fatto, vigorsol è un bicchiere di vino bianco – rispondo a chi se lo è domandato. Ho sentito il letto sotto di me ma non avevo sonno, due messaggi tre confusi e sinceri e innocui e divertenti a chi sa capire il gioco e mi ero ritrovato a scrivere un post incomprensibile. Solo Doris avrebbe potuto capire, lei e pochi altri stavolta.
Cantava Boa Sorte Vanessa Da Mata e Ben Harper Boa sorte cantavano insieme e le dita scivolavano sulla tastiera e cantavano Boa Sorte Vanessa Da Mata e Ben Harper e speravo non lo svegliassero il mio coinquilino assonnato, che lavora lui e dorme la notte non cazzeggia come sto facendo io e stavo meglio, aspettavo il sonno e lui si faceva desiderare come una prima donna, il sonno e lo aspettavamo sereni io e la fantasia, insieme a quest'ora.
Sogni d’oro
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martedì 24 marzo 2009
Come il grande puffo

Ho capito che non l’avrei più vista, ho sentito un morso al cuore e alla gola, un morso proprio, forte, fortissimo, una stretta coi denti che m’ha tolto il respiro e lasciato segni indelebili.
- E’ sempre così quando perdi una persona importante –
- Non è quello, è la delusione – dico io – è scoprire di non conoscerla per bene, scoprire che c’era dietro dell’altro, quella è una delusione. Pensiamo sempre di avere in pugno le persone, poi si rivoltano e la sorpresa ci spiazza, ci spaventa, non ci piace vederle uscire dalla gabbia, le persone dico, non ci piace -.
Ci sediamo sotto un albero enorme, sembra un grande fungo, un grande porcino verde, mi sento un puffo – Erano porcini le case dei puffi? –
- Io guardavo Holly e Benji, Mila al massimo, ero pure un po’ geloso di Shiro, è stata la prima donna di cui mi sono innamorato – mi dice Reddu – la seconda credo sia stata una delle Occhi di gatto, quella più giovane, capelli corti, bella figa ma non ci ho mai fatto niente, non è mai successo niente – e si accende una sigaretta come dopo un rapporto sessuale.
Non fumo mai dopo aver fatto l’amore, mi piace sentire il suo sapore, il suo odore, è come farsi il bagno e poi rotolarsi nel cassonetto dell’umido, una perdita di tempo, è così bello il profumo di una donna.
Vorrei entrarci dentro questo fungo. Quand’ero piccolo c’erano i biscotti dei puffi e ci mettevo sei ore a fare colazione, sei ore prima di far fare il bagno al puffo nel latte, puffetta poi pensavo non sapesse neanche nuotare, e poi mi dispiaceva mangiarli, ma dovevo – Altrimenti non cresci – mi diceva mia madre. Poi ho scoperto che a mangiare i puffi non si diventa grandi grandi, l’ho scoperto quando ho iniziato ad alzare la testa per guardare gli altri, non sono cresciuto tantissimo.
- Ti ricordi di Maria? –
- Si –
- E’ quando mi ha lasciato lei, così da un giorno all’altro, quando mi ha lasciato ho capito che non si finisce mai di conoscere le persone, ci condividi tutto, la casa, il bagno, lavarsi i denti mentre fa pipì, la colazione, il letto, i problemi i rutti e le paure e all’improvviso ti trovi senza e resti giorni a chiederti Perché e li capisci, solo li capisci che non ti ci puoi fondere con le persone. Ognuno segue la sua strada, la sua felicità, la persona che hai accanto è solo un mezzo di trasporto verso la ricerca della felicità. Poi qualcuna di quelle persone scende dal treno e prende il traghetto o l’aereo e continua a cercare sempre, chissà se esiste una felicità continua, chissà se esiste il per sempre, senza noia, senza sbattimenti vari, chissà cosa si desidera prima di morire –.
- Ma che centra quello che pensi prima di morire, magari muori nel sonno tu, dormi sempre, è probabile che rimani stecchito nel sonno. Chissà che mezzo di trasporto sono stato io –
- Un cesso con le rotelle –
- Perché un cesso con le rotelle ? –
- Perché ti ha riempito di merda –
- E tu che mezzo eri? –
- Io un passeggino, perché mi doveva spingere per costringermi a fare quelle pallosissime passeggiate in centro alla ricerca dell’ultimo paio di scarpe –
Ridiamo. Reddu alza la testa allunga la mano e strappa un ramo del nostro grande fungo, del nostro rifugio, la nostra tana di un attimo e ne fa tre pezzettini, si alza e mi saluta – E’ tardi devo andare a lavoro – e si allontana e resto solo e strappo l’erba e la lascio cadere trasportata dal vento come un grande giocatore di Golf, come faceva Lotty la mattina prima di mandarmi a scuola.
I sogni a volte ti svegli e non ci sono più. Passano le notti a farti compagnia e poi apri gli occhi e svaniscono, non li trovi più, ti abbracciano la notte e svaniscono con le prime luci dell’alba. La notte tornano però, ogni notte tornano a farti compagnia. Bisogna solo avere pazienza, attenderli i sogni, tornano sempre.
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lunedì 23 marzo 2009
Preservativi e carne

- Si - mi ha risposto – partiamo – mi ha risposto ed eravamo saliti sul treno e avevamo percorso decine di chilometri e ci eravamo fermati a Verona, stazione, Piazza Bra e l’arena e i vicoletti e Romeo e Giulietta e le promesse sul muro della loro casa – Chissà quante di queste sono ancora valide – dico – Secondo me bisognerebbe dare una passata di bianco al muro – dice lei – una passata di bianco e solo in pochi verrebbero a lamentarsi, pochi ininfluenti, innamorati ancora, innamorati – rido e la bacio sulla fronte, baciare sulla fronte funziona sempre, si sentono protette, non si è invadenti, si è paterni quasi, funziona baciare sulla fronte se non ci passi le giornate.
Mi sembrava scontato baciarla in quel posto sdolcinato, mieloso, meta di persone così diverse da lei, sarebbe stato come avvisarla prima – Ti posso baciare? è tutto così perfetto – avrebbe fatto lo stesso effetto e l’avevo portata a casa di Rutto, avevo preso i preservativi, - Li hai? – mi aveva chiesto prima ancora che ci fossimo baciati e mi aveva fatto prendere quelli più costosi – Agli altri sono allergica –
- Soldi spesi bene – avevo pensato – Soldi spesi benissimo – avevo pensato fino a quando a casa non aveva deciso di rimandare – Non ti sembra troppo presto? – mi aveva detto che neanche ci eravamo baciati – Ma presto per cosa scusa? – le avrei voluto dire – Si, in effetti – le avevo risposto invece e mi ero toccato il naso nervoso. Non volevo portarla a letto, mi piaceva insomma, ma visto che stavamo lì.. e poi per tirare i gavettoni alle macchine che passavano avrei comprato preservativi più scadenti insomma, ma non avevo avuto il coraggio di parlare.
Avevo sorriso e l’avevo avvicinata con garbo e aveva parlato dei suoi viaggi a Londra e in Brasile e a New York e di amicizie finite e durature e della madre e del padre e dei parenti tutti e aveva tirato fuori le foto dal portafoglio e avevo visto il nonno defunto e l’amica zoccola e il figlio della zia e mi aveva raccontato degli scout e della pallavolo della prima volta in treno, della paura dell’aereo e degli ascensori e di quando aveva vomitato in macchina – Vaff..quanto cazzo parla –
E mi ero allontanato con garbo – Scusa un attimo -
Mi è sempre piaciuta la prima volta, quando alzi le mutandine e trattengono il respiro, non ho mai capito se lo fanno per non far vedere la pancia o per il solletico o per il brivido di una mano sconosciuta da quelle parti. Per qualsiasi motivo fosse, sarebbe stato bellissimo farlo con lei e allora avevo potuto aspettare ancora un attimo poi sarei andato a fondo prima che fosse morta in apnea. – Com’è morta?- m’avrebbe chiesto il dottore – Ho alzato le mutandine, ho fatto finta di infilarci la mano e non l’ho mai fatto ed è venuta a mancare – avrei dovuto rispondere e non mi sembrava carino.
Mi ero svegliato in piena notte con Rutto di fianco – Che cazzo mi guardi – e si era girato dall’altra parte.
Lei aveva dormito nell’altra stanza – è troppo presto forse – ma mi aveva fatto comprare venti euro di preservativi, - Conservaci la carne in freezer – mi aveva detto Rutto, e si era girato dall’altra parte. Avevo comprato sei chili di pollo.
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sabato 21 marzo 2009
Strip teas

- Sei carino sai? Sei il più carino, belli li occhi, belli li capelli scuri, belli occhi – L’aveva già detto Belli li occhi, gliel avrei voluto dire ma avevo paura di sembrare scortese, non mi piace essere scortese.
- Mi piace ragazo italiano dolce belli occhi, li capelli, li occhi – mi diceva. Se chiudevo gli occhi mi sembrava di parlare con Gorbaciov
Era la più brutta della compagnia, c’era un’altra anche che non se la passava proprio bene certo, ma lei le batteva tutte anche con la luce soffusa – Pensa quando usciamo fuori sotto i lampioni – pensavo – e le avevo preso la mano un attimo – C’è scritto che è tardi e devo scappare – le avevo detto ed ero uscito fuori e senza voltarmi neanche una volta avevo attraversato piazza Navona e Campo de fiori e cercato la macchina per 40 minuti sul lungo Tevere – Vaff … - che non mi ricordo mai dove l’ho messa.
Non mi piace dormire con la televisione accesa, mi piace dormire in silenzio, anche la musica a un certo punto, anche se è bassa devo spegnerla , silenzio, non la sopporto proprio, arrivo al punto che mi sto addormentando e mi bussa la testa e allora devo spegnerla altrimenti non dormo. Non come Giulia che quando dorme mette i tappi nelle orecchie o come Ali che si gira e non la svegliano più le bombe o come Caty che – Non voglio Luca dai – o quell’altra lì, - Come si chiamava quell’altra? – Maria si chiamava, voleva dormissimo uno alla testa e l’altro ai piedi, anche dopo aver fatto l’amore, le piaceva così e basta, punto, niente discussioni, niente da fare.
Mi sveglio sempre con la pancia gonfia quando dormo con lei. Preferisco dormire io sul suo culo piuttosto che lei sul mio. Non so come fanno le donne, non fanno mai problemi, dormo sempre girato verso le loro spalle abbracciandole e non hanno problemi per tutta la notte o fingono forse - fingono - ed è per questo che la mattina a volte si voltano verso di me che sono verdi. Dolci Extraterrestri con lo stomaco in fiamme.
Una volta una ragazza francese aveva iniziato a mollare aria mentre mi faceva uno strip. Avevo fatto centinaia di chilometri per vederla, avevo immaginato quel momento per tutto il viaggio in treno. La desideravo da morire. Era uscita dal bagno dell'albergo con una vestaglietta vedo non vedo e mettendo il piede sul letto per fare la sexy le era scappata un po’ d’aria. Doveva essere ingolfata dall’emozione. Avevo fatto finta di niente, avevo guardato lo strip in apnea poi alla terza volta si era messa a piangere, aveva rovinato tutto – Putain de merd – aveva detto – putain de merd – e si era messa a piangere. - Ma dai su - le avevo detto, - ma che cazzo hai mangiato - le avrei voluto dire ma avevo paura di sembrare scortese, non mi piace essere scortese.
Non so se la amo, mi piace però guardarla negli occhi, quando ride e dice cose stupide e se ne vergogna mi piace, quando dice cose serie con la faccia ironica mi piace, quando si tocca i capelli mentre pensa mi piace oggi, mi piace.
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Gandhi
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venerdì 20 marzo 2009
- E' l'aria che non è buona -

Non andava mai in bagno quando c’era lei, aveva paura entrasse subito dopo e pensasse fosse marcio dentro, faceva certe cagate quando viveva con lei, - E’ l’aria che non è buona – gli diceva la nonna al telefono – E’ l’aria di città – non era lui che era marcio dentro.
La sua vita l’aveva cambiata - un virus rarissimo – gli avevan detto luminari della medicina, - il destino, il fato – aveva detto suo padre invece e sua madre e parenti caritatevoli e conoscenti e preti e sconosciuti che l avevan saputo. Era cambiata da quando avevano fissato il giorno in cui avrebbero dovuto macellargli le gambe, da quel momento era cambiata. Non avevano fissato un giorno proprio, tipo il 12 o il 13 o il 17, il periodo si però, dopo qualche mese massimo avrebbero dovuto avviare le operazioni d’asporto, zac e sarebbe rimasto senza, puff sparite, prima che le cose potessero degenerare, che le ossa potessero marcire completamente all’interno del suo corpo in parte ancora sano.
Ha guardato il medico e poi sua madre, gli veniva da piangere e ha abbozzato un sorriso, era estate fuori, sentiva caldo
– Bene – ha detto
– Quanto tempo abbiamo ? – ha detto e ha sentito sua madre stringergli la mano e ha sentito il suo dolore in quella stretta e le lacrime disegnare l’angoscia sul suo viso ma senza guardarla, non l’ha guardata
– Bene – ha ripetuto confuso – Abbiamo detto tutto mi sembra – ed era uscito fuori. – Basta, piangere a che serve, non ha detto mica che sono destinato a morire domani, non devi fare così – le ha detto e gli veniva da piangere stordito da mille pensieri indecifrabili e l’ha abbracciata e le ha sorriso ancora e ancora una volta per rassicurarla.
Erano cambiate le idee all’improvviso, alcune persone accanto a lui, le prospettive, le possibilità, i pensieri, lo sguardo sulle cose. Non per forza in negativo, non sempre in negativo, erano cambiate punto.
Aveva pianto solo qualche ora più tardi, aveva preso la macchina, era salito fino in cima alla collinetta dietro casa, pioveva forte, aveva spento il motore e guardato il cielo e il mare e aveva potuto piangere senza essere visto da nessuno, ascoltato da nessuno, Dio forse, se aveva un attimo, Dio al massimo.
Aveva lasciato che le lacrime gli facessero il solletico sul collo, non gli piace asciugarle con le mani, gli piace sentirle fino in fondo, lasciarle libere, sentirle scivolare, farle asciugare dalla pelle.
Certe persone non ce l’avevano fatta, non se l’erano sentita, alcune che gli stavano vicino si erano allontanate per non condividere, perché non ci riuscivano proprio e non poteva non capirle, doveva farlo per forza, capirle. Alcune soltanto, non tutte. Iniziavano a sorridergli meno, neanche fosse stato contagioso o lo facevano con meno spontaneità. – Peggio, peggio – gli rimbombava nella testa dello svegliarsi e rendersi conto che gli mancava effettivamente qualcosa che prima aveva. Non c’è più, punto.
- E’ peggio quando perdi una persona importante per uno stupido errore, allora si. Non in questo caso -. Si ripeteva, così si ripeteva e aveva voglia di correre e rincorrere consumarsi di acido lattico distruggerle prima che gliele portassero via. Questo desiderava quando gli tremavano le sue gambe, cigolavano, si assopivano.
Non andava mai in bagno quando c’era lei, aveva paura entrasse subito dopo e pensasse fosse marcio dentro, faceva certe cagate quando viveva con lei, - E’ l’aria che non è buona – le diceva la nonna al telefono – E’ l’aria di città – non era lui che era marcio dentro.
Non era poi cambiato molto.
Foto di Raffaele Cabras http://www.mixyourshot.com/
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